Il Mezzogiorno cresce nell’ICT, ma la leadership europea è ancora lontana

Il Mezzogiorno cresce nell’ICT, ma la leadership europea è ancora lontana

Ripercorriamo il percorso fatto insieme in questo 2025 per leggere il filo rosso che ha unito le nostre analisi: cosa ci hanno raccontato, nel loro insieme, i dati che abbiamo esplorato sul mercato del lavoro italiano?

nodo centrale: 1,6 milioni di posti qualificati che ci separano dall’Europa.

Il tema della carenza di posti di lavoro ad elevata specializzazione nel mercato del lavoro italiano ha attraversato le nostre newsletter in tutto il 2025. Abbiamo aperto l’anno a gennaio, analizzando la crescente polarizzazione tra posizioni altamente qualificate (Accenture tra tutte nella consulenza) e impieghi a bassa specializzazione nella logistica e nei servizi (Amazon, Dussmann). Abbiamo poi mostrato – nelle analisi di aprile – che l’Italia eccelle nella manifattura (21% degli occupati in Italia, come la Germania al 19%) ma è sottodimensionata nell’ICT (solo 3%). A seguito di queste analisi, a maggio abbiamo poi individuato il dato che più ricorrentemente è emerso nel corso del nostro anno: per raggiungere la media europea nell’occupazione qualificata, l’Italia deve creare 1,6 milioni di posti di lavoro ad alto valore aggiunto. Il divario è netto nelle professioni intellettuali (-1,67 milioni) e dirigenziali (-338 mila). A giugno abbiamo guardato il lato positivo, analizzando le 180 aziende che tra il 2020 e il 2023 hanno creato oltre 100.000 posti di lavoro (BPER Banca, Capgemini, PWC in testa). A luglio abbiamo posto la domanda strategica: come creare questi posti di lavoro specializzati? Non per “recuperare un gap con l’Europa”, ma per costruire un Paese che offra condizioni di vita più eque. E a settembre siamo tornati sul tema con un’analisi ancora più approfondita: nonostante 1,4 milioni di NEET e le difficoltà di reperimento dichiarate dalle imprese, il rischio è che il nostro sistema produttivo non cerca davvero ciò che dice di volere. Su LinkedIn, a settembre, c’erano più annunci per macellai (67) e salumieri (42) che per database administrator (22), figura chiave nell’era dell’AI.

La competitività internazionale: cresciamo, ma troppo lentamente. 

Ad aprile abbiamo mostrato che l’Italia ha solo il 9% degli occupati ICT europei, contro l’11% della Spagna, il 13% della Francia e il 23% della Germania. A ottobre abbiamo analizzato il settore software e consulenza informatica: tra il 2015 e il 2024 siamo cresciuti del 24%, ma la media UE è salita del 49%. Il risultato? Il nostro peso in Europa è sceso dal 13% al 10%. La Polonia, che nel 2015 aveva 232 mila addetti in meno di noi, oggi ci dista solo 40 mila unità. A novembre, l’analisi su OpenAI ha mostrato plasticamente il divario: un Research Engineer negli USA guadagna quanto il 30% del fatturato medio di una tech company italiana, e sette volte più di un lavoratore medio del settore. Siamo in una gara di Formula 1: ogni giro miglioriamo, e questo ci rende fieri. Ma chi ci precede migliora ancora più velocemente. La crescita, da sola, non basta se il mondo intorno corre più di noi.

Cybersecurity e AI trasformano il lavoro.

A febbraio abbiamo analizzato il rischio di una “cyberpandemia” e quali aziende stanno cercando esperti di sicurezza informatica. A marzo ci siamo presi una pausa dai numeri e abbiamo riflettuto in modo più qualitativo: se a proteggerci saranno algoritmi e a minacciarci saranno altri algoritmi, cosa significa davvero essere umani? La risposta l’abbiamo cercata nell’intelligenza situazionale – la capacità di leggere il contesto e agire di conseguenza – una competenza che resiste alle rivoluzioni tecnologiche ma che, se lasciata solo al caso e al contesto di partenza, rischia di amplificare le disuguaglianze. Ad agosto abbiamo analizzato cosa sta accadendo ai neolaureati: negli USA e UK, le offerte entry level in IT e finanza sono crollate fino al -55%, Deloitte ed EY hanno ridotto i graduate programs rispettivamente del 18% e 11%. E in Italia? Gli annunci per software engineer su LinkedIn, pur rimanendo su livelli alti, si sono ridotti del 72% in soli tre anni. L’AI si prende le attività junior (sintesi dati, report, programmazione base) lasciando ai neolaureati una gara senza corsia di partenza. In questo scenario, l’università non deve inseguire il mercato: deve anticiparlo. L’università è il ponte per costruire competenze che permettono alle persone di ottenere un reddito che, attraverso reddito e autorealizzazione, consente alle persone di vivere una vita più che dignitosa.

Il paradosso dell’imprenditoria: chi dovrebbe creare lavoro, non lo fa.

maggio abbiamo raccontato uno dei dati più stridenti del sistema italiano: tra il 1995 e il 2019, solo il 2,2% delle nuove imprese è stato fondato da laureati. Il capitale umano più avanzato del Paese non si dedica a creare imprese e, quindi, posti di lavoro qualificati. A luglio abbiamo approfondito: gli spin-off universitari nascono al ritmo di circa 100 l’anno, per un totale di poco più di 2.000 attivi. Sono pochi (anche se, in proporzione, ce n’è uno ogni 21 docenti universitari) e piccoli, con scarso impatto occupazionale e industriale. Come possiamo pensare di creare 1,6 milioni di posti qualificati se il capitale umano più avanzato del Paese non creano imprese? Chi dovrebbe farlo, al loro posto? Per spezzare il circolo vizioso che tiene l’Italia a bassa quota, serve un doppio intervento: le aziende esistenti devono innovare creando prodotti e servizi che generino domanda aggiuntiva, e devono nascere nuove aziende ad alta specializzazione. Abbiamo bisogno di più creatori di lavoro, non solo di più persone da collocare.

Le scelte che determinano il futuro. 

Ad aprile abbiamo fatto una riflessione provocatoria: mentre nel mondo si investivano 155 miliardi di dollari in startup di intelligenza artificiale, in Italia abbiamo destinato una cifra simile al Superbonus 110%. Semplificando al massimo: abbiamo barattato l’AI con il Superbonus. Le scelte che facciamo oggi su cosa finanziare e su quali competenze sviluppare plasmano il nostro futuro molto più di quanto immaginiamo. E il mercato del lavoro è al centro di questo futuro. A settembre e novembre abbiamo calcato sul fatto che dobbiamo smettere di vederci come (sub)fornitori, bravi a produrre componenti. Dobbiamo tornare ad essere i committenti del mondo: quelli che immaginano, progettano, guidano l’innovazione e decidono le regole del gioco. Il vero gap non è di risorse, ma di ambizione. Le risorse più preziose – ambizione e visione – non richiedono capitali. E quelle sì che sono equamente distribuite. Sta a noi utilizzarle.

Cosa ci hanno raccontato questi dodici mesi?

Che l’Italia si trova a un bivio. Da un lato, ci mancano 1,6 milioni di posti di lavoro qualificati per allinearci all’Europa. Dall’altro, abbiamo 1,4 milioni di giovani NEET e imprese che dichiarano difficoltà di reperimento. Ma i dati mostrano che il sistema produttivo cerca più macellai che database administrator, più autisti che data analyst. Cresciamo, ma troppo lentamente rispetto agli altri. L’AI sta erodendo i lavori entry level, lasciando i neolaureati senza corsia di partenza. E il capitale umano più avanzato – i laureati, dottorati e docenti universitri – non crea imprese. Il circolo vizioso è chiaro: senza posti di lavoro qualificati, non possiamo offrire opportunità ai giovani. Senza giovani che creano imprese innovative, non nasceranno posti qualificati. Senza ambizione collettiva, continueremo a essere fornitori invece che committenti.

Domande, non risposte. 

In questi dodici mesi, abbiamo cercato di fare una cosa semplice: usare i dati per aprire domande sul mercato del lavoro italiano. Non abbiamo cercato una narrazione lineare, perché la realtà non lo è. Ma abbiamo provato, con questo esercizio, a unire i puntini. L’unico filo che abbiamo tenuto è quello di guardare al futuro attraverso la qualità del lavoro che scegliamo di creare oggi.

La nostra ultima analisi

“L’Italia innova, eppure non avanza” è la nostra ultima analisi che mostra come in Italia la domanda di lavoro nel settore tecnologico è tra le più alte nel Sud, ma la prima regione italiana è 62°esima tra le regioni europee.

­Partiamo dalla domanda di ricerca
L’eterogeneità che caratterizza la corsa europea verso l’innovazione si riflette anche nella distribuzione territoriale degli annunci online delle imprese attive nel settore ICT. La nostra analisi parte da qui: capire se emerge un particolare dinamismo e quali regioni mostrano una spinta più evidente. Quindi ci siamo chiesti: quali sono le regioni con la quota maggiore di job post online e quali le professioni più ricercate del settore?

Definiamo il perimetro di analisi
Questo mese abbiamo analizzato i dati Eurostat sulla domanda del lavoro per specialisti ICT negli annunci di lavoro online a livello regionale in Europa e sulla distribuzione della domanda di lavoro online per diverse professioni di specialisti ICT, secondo la classificazione ISCO-08. Inoltre, abbiamo raccolto gli annunci di lavoro pubblicati da tre grandi aziende italiane di consulenza: Accenture, Capgemini ed Engineering.

Le principali evidenze dell’analisi

Il Mezzogiorno entra nella top 5 delle regioni italiane per incidenza degli annunci di lavoro ICT.
Nel primo trimestre 2025, Campania e Puglia si collocano tra le prime cinque regioni per quota di annunci online delle imprese ICT sul totale delle offerte di lavoro, insieme a Lombardia, Piemonte e Lazio. Un dato che segnala una crescente rilevanza del Sud Italia nella domanda di competenze digitali.

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3 regioni del Mezzogiorno in Top 5. I dati Eurostat del primo trimestre 2025 sulla quota di annunci pubblicati dalle imprese attive nel settore ICT sul totale di ogni regione, ci permettono di analizzare l’evoluzione della domanda di lavoro. Al primo posto troviamo il Lazio (10,4%), seguito da Provincia Autonoma di Bolzano (9,6%), Campania (9,4%), Puglia (9%) e Molise (8,8%). Nella classifica italiana ben 3 regioni sulle prime 5 appartengono al Mezzogiorno e sono equiparabili ad altre regioni europee con un tessuto economico più sviluppato. Un risultato positivo, se pensiamo alle politiche nazionali ed internazionali volte a ridurre il gap regionale tra Nord e Sud Italia, ma che dev’essere “letto” con prudenza. Il confronto con gli altri Paesi europei offre un esito incoraggiante: la quota di job offer online pubblicate dalle imprese per il settore ICT sul totale in Italia è pari al 7,2%, un valore che supera la media europea (7%) nel periodo considerato. Tuttavia, il posizionamento del nostro Paese resta critico: il Lazio (10,4%) si trova al 62° posto nella classifica europea a livello regionale (classificazione NUTS 2), a fronte dell’Islanda (22,4%), in testa con un valore più che doppio rispetto alla prima regione italiana.

Sviluppatori e analisti software concentrano la maggior parte della domanda di lavoro ICT.
Nel primo trimestre 2025, in Italia e nell’Unione Europea oltre metà degli annunci online rivolti a specialisti ICT riguarda sviluppatori e analisti di software e applicazioni. Seguono, con quote nettamente inferiori, i tecnici ICT per operazioni e supporto, i professionisti dei database e delle reti e le altre figure specialistiche, evidenziando una domanda fortemente polarizzata sulle competenze di sviluppo.

Posizioni più ricercate tra quelle ICT. Ulteriori dati Eurostat ci permettono di individuare quali siano i profili professionali specializzati più richiesti nel settore ICT nel primo trimestre 2025. In Italia, il 46,5% degli annunci sono destinati alla ricerca di Sviluppatori e analisti di software e applicazioni tra i professionisti più ricercati; la categoria si posiziona al primo posto anche per l’Europa con un valore pari al 57,1%. Al secondo posto, invece, per l’Italia troviamo Installatori e riparatori di dispositivi e telecomunicazioni (18,8%), figure a bassa specializzazione che nella classifica europea si posizionano solo al 5° posto (7,4%). Parallelamente, al secondo posto in Europa troviamo i Tecnici ICT per operazioni e supporto utenti (10,6%), che in Italia si trovano al 4° posto con un valore pari al 10%.

Accenture, Capgemini ed Engineering concentrano la domanda di lavoro ICT.
Nel 2025, queste tre grandi imprese guidano il mercato italiano degli annunci di lavoro ICT, con una domanda che si concentra soprattutto su profili ad alta specializzazione come consulenti SAP, ingegneri dei sistemi embedded, data engineer, cybersecurity specialist e business analyst.

Le tre aziende che guidano la domanda. Abbiamo raccolto le 240 job offer attive ad ottobre 2025 e relative a tre grandi aziende che contribuiscono in modo significativo alla domanda occupazionale nel settore ICT: Accenture, Capgemini e Engineering. Dall’analisi emerge che i ruoli più ricercati appartengono all’area tech (81%) e riguardano profili con esperienza nel settore (86%). Inoltre, pur considerando l’elevata specificità, possiamo indicare le professioni di maggior interesse per ciascuna: Accenture (SAP Consultant, 8%), Capgemini (SAP Consultant, 13%) e Engineering (Account Manager, 10%). Per la figura del SAP Consultant sono richieste competenze consolidate nella progettazione, analisi e implementazione di sistemi/soluzioni SAP. Invece, per la seconda figura emergente, l’Account Manager, sono necessarie capacità strategiche nella gestione dei clienti in diversi settori/aree aziendali.

Dal settore ICT le evidenze sono positive: l’andamento nazionale supera la media europea e il Mezzogiorno spicca tra le aree più dinamiche. Tuttavia, puntare sulla ricerca di figure professionali altamente specializzate non basta. Come può, quindi, avvenire un cambiamento strutturale decisivo? Serve un percorso di sviluppo tecnologico più ampio, capace di incrementare la qualità complessiva del mercato del lavoro italiano e renderlo competitivo a livello europeo.

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