Dipartimenti universitari: la leadership parla ancora al maschile

Dipartimenti universitari: la leadership parla ancora al maschile

Ripercorriamo il percorso fatto insieme in questo 2025 per leggere il filo rosso che ha unito le nostre analisi: guardare al futuro attraverso le decisioni che prendiamo (o non prendiamo) oggi.

Il cuore organizzativo delle università italiane: quasi 900 dipartimenti mappati

I dipartimenti sono il fulcro dell’attività scientifica e didattica degli atenei. Negli scorsi mesi abbiamo realizzato una ricognizione qualitativa dei siti istituzionali di 91 atenei italiani, utilizzando strumenti di data scraping e verifica manuale. Il periodo di mappatura va dal 13 settembre al 20 ottobre 2025. L’indagine ne ha identificati 898, con una media di 10 dipartimenti per ateneo. Si passa da atenei con un solo dipartimento, segno di specializzazione tematica o piccole dimensioni, fino a La Sapienza che ne conta 57. Il 36% dei dipartimenti si concentra in tre aree: Scienze Mediche (15%), Scienze Economiche e Statistiche (12%) e Ingegneria Industriale e dell’Informazione (10%). Tratto comune è un marcato squilibrio di genere nella governance: il 72% dei dipartimenti sono diretti da uomini e ci sono 17 università in cui nessun dipartimento è guidato da una donna.

La mancanza di programmazione strategica

Venendo al riassunto dei temi trattati nel 2025, la mancanza di programmazione strategica è il tema che ha attraversato l’intero anno, da gennaio a maggio. A gennaio ci siamo chiesti se il dibattito pubblico si concentri troppo su questioni sterili e populiste – come i compensi dei rettori, molto contenuti rispetto ad altre cariche – invece che sulle vere urgenze. A febbraio abbiamo mostrato le conseguenze concrete dell’assenza di programmazione: l’imbuto formativo in Medicina ha portato a coprire solo il 34% dei posti disponibili in specializzazioni fondamentali come la medicina d’emergenza-urgenza. A marzo abbiamo scoperto che in cybersecurity si sono laureate appena 333 persone nel 2023 – un laureato in sicurezza informatica ogni 38 in psicologia – mentre il rischio di una “cyberpandemia” diventa sempre più concreto. Ad aprile e maggio abbiamo allargato lo sguardo all’intero sistema: la crescita è concentrata in pochissime classi di laurea (Economia, Scienze motorie, Psicologia, Educazione, Medicina), mentre 31 classi decrescono, con Giurisprudenza e Architettura in forte declino. Eppure, paradossalmente, l’offerta di corsi continua a crescere anche dove la domanda crolla. Una sola domanda ha unito questi mesi: stiamo formando le persone giuste per le sfide di domani, o rischiamo di preparare laureati per un mondo che non esiste più?

Il ruolo delle università telematiche

È stato l’altro tema grande protagonista dell’anno, emerso ad aprile, approfondito a maggio e messo a fuoco a novembre. In Scienze motorie sono passate dal 9% al 51% degli iscritti in dieci anni. Compensano il crollo di Giurisprudenza negli atenei tradizionali (+53% vs -49%). Dominano in intere classi di laurea: 94% dei laureati in servizi sportivi (LM-47) ottengono il titolo in una telematica, 82% in ingegneria della sicurezza (LM-26), 77% in linguistica (LM-39). E stanno crescendo anche in ambiti tecnici come l’ICT, dove dal 2020 al 2024 sono passate dal 2% al 9% dei laureati. Oggi formano quasi un laureato su cinque e hanno contribuito più degli 81 atenei tradizionali alla crescita dei laureati nell’ultimo decennio (+63.000 vs +50.000). Ed emerge il paradosso che abbiamo raccontato a novembre: se l’Italia dovesse migliorare la propria posizione nelle classifiche europee – oggi siamo al 32% di laureati tra i 25-34 anni, contro una media UE del 44% – sarà anche grazie alle telematiche spesso criticate. La sfida allora è quella di garantire inclusione e accesso senza rinunciare alla qualità.

I territori che si ridisegnano (ma senza una strategia per il lavoro)

giugno e luglio abbiamo esplorato la geografia dell’università italiana. I dati ci raccontano che qualcosa sta cambiando: Milano e Bologna stanno perdendo “fedeltà dei propri residenti” (negli ultimi 10 anni i residenti bolognesi che studiano in provincia di Bologna sono passati dal 74% al 62%, dall’85% al 78% per Milano), mentre province come Ferrara e Pavia hanno rispettivamente triplicato e raddoppiato la loro capacità di attrazione, rispettivamente di bolognesi e milanesi. Segnali ancora deboli, ma che indicano una possibile redistribuzione degli studenti verso poli minori. Ma a luglio abbiamo posto una tema cruciale: una nuova geografia dell’università può funzionare solo se accompagnata da una nuova geografia del lavoro. Attrarre studenti è il primo passo. Trattenerli, farli crescere e permettere loro di costruire lì le proprie carriere è la vera sfida per il futuro di questi territori. E questa riflessione si è intrecciata con quanto emerso a settembre: in Italia mancano 1,6 milioni di lavoratori qualificati. Non basta orientare meglio gli studenti o ridistribuirli sul territorio. Serve creare i posti di lavoro qualificati che oggi non ci sono.

L’Italia come terra di passaggio, non di arrivo

Ad agosto abbiamo guardato all’Europa. I numeri sono impietosi: oltre 52.000 studenti italiani scelgono un altro Paese UE per studiare, mentre ne arrivano solo 15.000. Un rapporto di 3:1 che diventa 11:1 per i dottorati. L’Italia perde studenti verso 19 Paesi su 24: per ogni studente austriaco che viene in Italia, 36 italiani vanno a studiare in Austria. Attraiamo principalmente da Paesi meno sviluppati del nostro, mentre perdiamo terreno verso quelli con sistemi più avanzati. Non siamo una meta di talento globale. Siamo una terra di passaggio. E questo ci ha fatto riflettere su cosa significhi davvero “internazionalizzazione”: non può essere solo riempire le aule, ma costruire un sistema capace di attrarre e trattenere i migliori. Un esempio positivo, però, lo abbiamo trovato a ottobre: le Istituzioni AFAM, dove il 16% degli studenti è straniero (contro il 6% delle università).

Le disuguaglianze nascoste dentro il sistema

settembre abbiamo analizzato le differenze all’interno dei singoli gruppi disciplinari. In Lingue, Lettere, Psicologia, Scienze Politiche e Arte e Design, lo scarto tra il corso con il tasso di occupazione più alto e quello con il più basso supera i 50 punti percentuali. Due studenti, stessa laurea, destini completamente diversi. E la geografia conta: 16 dei 19 atenei con i tassi di occupazione più bassi si trovano al Sud e nelle Isole. Abbiamo anche messo in luce come le medie ingannino: non è vero che “con Ingegneria si lavora sempre” né che “con Lettere non si lavora mai”. Ma soprattutto, è emerso un dato strutturale che si ricollega ai temi di luglio e gennaio: serve creare opportunità. Innovare le imprese esistenti, attrarre imprese internazionali, sostenere la nascita di nuove imprese da parte dei laureati (oggi solo 2 su 100 sono fondate da laureati), valorizzare davvero gli spin-off universitari. Perché la vera sfida è creare un ecosistema in grado di assorbire e valorizzare competenze qualificate.

Cosa ci hanno raccontato questi dodici mesi?

Che l’Italia sta cambiando, ma senza un’apparente strategia. Il sistema universitario si sta riorganizzando: cresce dove forse non servirebbe (un iscritto a Educazione ogni tre nuovi nati), è povero dove servirebbe di più (cybersecurity), e nel frattempo nuovi attori (le telematiche) stanno riscrivendo i confini. I territori si stanno ridistribuendo gli studenti, ma senza una strategia per trattenerli dopo la laurea. Formiamo talenti che emigrano (3:1 verso l’Europa) e attraiamo da Paesi che cercano in noi una via d’uscita, non una destinazione. E dentro questo sistema, si nascondono disuguaglianze profonde: stessa laurea, ma destini opposti a seconda dell’ateneo e del territorio.

La nota dell’Osservatorio Talents Venture

“I dipartimenti: cosa ci racconta il cuore del sistema accademico?” è la nostra ultima nota basata sui dipartimenti universitari. Oltre un terzo dei dipartimenti si colloca nelle aree medica, economica e ingegneristica, una distribuzione che ricalca quella degli iscritti negli stessi ambiti.

All’interno del panorama universitario sono stati identificati 898 dipartimenti, distribuiti tra 91 atenei, per una media di circa dieci dipartimenti ad ateneo. La maggior parte delle università (58) conta, infatti, tra uno e dieci dipartimenti attivi.

All’estremo superiore si collocano undici atenei con oltre venti dipartimenti: in testa Roma La Sapienza (57), seguita da Padova (32) e Bologna e Milano (31). All’opposto, undici atenei contano un solo dipartimento attivo.

E sul piano della governance emerge un divario di genere ancora evidente: sono gli uomini a dirigere il 72% dei dipartimenti.

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