Il mese scorso abbiamo guardato in cima al percorso, ai dottorati, dove pochi atenei concentrano gran parte dei numeri. Questo mese scendiamo all’inizio della piramide. Con la maturità appena conclusa e il tempo delle scelte per centinaia di migliaia di diplomati, abbiamo osservato chi entra per la prima volta all’università: quanti si iscrivono, cosa studiano, dove vanno.
Qualche dato per inquadrare
Le matricole di Medicina sono raddoppiate in cinque anni, da 6.762 a 14.952 (+121%), spinte dall’aumento dei posti e dal semestre aperto. Le telematiche crescono del 38%. Il Sud corre (+8,5%), il Nord si è fermato (+1,9%). E questi numeri accadono in uno scenario in cui sull’orientamento il PNRR ha messo 250 milioni di PNRR. Nell’analisi di questo mese presentiamo nel dettaglio tutti i dati, di seguito invece le mie osservazioni trasversali.
1. Oltre tremila corsi, ma sempre le stesse scelte.
Chi si diploma ha davanti una scelta sterminata: 3.140 corsi di laurea, quasi mille in più rispetto al 2010. Per approfondirli tutti servirebbero più di due mesi senza mai dormire. Eppure, davanti a questo menu, gli studenti si muovono in modo prevedibile. Le prime dieci classi di laurea raccolgono da sole il 53% delle matricole. I primi dieci atenei, invece, si fermano al 34%. La concentrazione morde molto di più su cosa si studia che su dove. Il ventaglio è larghissimo, ma la mano va quasi sempre sugli stessi piatti. E dentro quei piatti la scelta è tutt’altro che neutra, specie per quanto riguarda il genere. Tra le prime dieci classi di laurea per immatricolati, alcune sono nettamente a trazione maschile – ingegneria industriale (74% di uomini), ingegneria dell’informazione (75%), scienze motorie (74%) – e altre fortemente femminili, in modo persino più accentuato: scienze dell’educazione e della formazione (93% di donne), scienze e tecniche psicologiche (80%), professioni sanitarie infermieristiche (77%), giurisprudenza (71%). Un menu così ampio dovrebbe allargare gli orizzonti. Invece le scelte restano prevedibili.
2. Il Sud cresce, e non è detto sia una buona notizia.
C’è una geografia che ribalta i luoghi comuni. Sui cinque anni il Sud è l’area che cresce di più (+8,5%), seguito dal Centro (+7,9%). Il Nord, storica calamita di studenti, si è fermato attorno al 2%. Lo si vede bene confrontando le due capitali universitarie: le università a Milano perdono matricole quasi ovunque, quelle a Roma fanno l’opposto e, dei suoi undici atenei, nove sono in crescita. Ma i dati registrano dove ci si iscrive, non con quanta libertà. Se un ragazzo del Sud resta vicino a casa perché ha scelto il suo territorio, è un’ottima notizia. Se resta perché non può più permettersi affitti e costo della vita al Nord, allora è una disuguaglianza travestita da riequilibrio. Qui però si apre un’occasione: invece di subire questa crescita, si potrebbe progettarla. Un Sud che si specializza sulle triennali di prossimità e un Nord sulle magistrali. Atenei legati da alleanze vere (ad esempio atenei meridionali che fanno da “settore giovanile”, per le magistrali e i master del Nord), con passerelle e supporto residenziale ed economico che rendano quel passaggio una scelta e non un privilegio per pochi. Ovviamente ciò non deve essere un alibi per rinunciare a far crescere il mercato del lavoro del Mezzogiorno, ma un modo per costruirlo attorno a filiere strategiche.
3. I 250 milioni per orientare, verso dove?
Arriviamo alla leva pubblica più costosa. Con l’Investimento 1.6 del PNRR lo Stato ha messo 250 milioni sull’orientamento nella transizione scuola-università, con un doppio obiettivo: far iscrivere più diplomati e ridurne gli abbandoni. Ha funzionato? A prima vista sì. Il tasso di passaggio (la quota di diplomati che si immatricola) è salito fino al 73,3%, dopo anni passati tra il 61% e il 68%. Sembra un’accelerazione netta. Ma quando lo si legge con attenzione, si sgonfia. Per tre ragioni. La prima è di tempi: la crescita era cominciata da sola, prima del PNRR. Già nel 2020/21, l’anno della pandemia, il tasso aveva toccato il 67,6%. La seconda: quasi tutto l’aumento recente è trainato dalle telematiche. Al netto delle telematiche, il tasso di passaggio degli atenei tradizionali è rimasto piatto per un decennio, attorno al 60-61%. Partendo dal benchmark del 2022/23 (60,8%), sale al 61,6% (aa. 23/24) e poi al 64,5% (aa. 24/25): un progresso reale, ma modesto. La terza è una stima prudente: nei due anni osservati, l’effetto vale circa 22.000 immatricolati in più sugli atenei tradizionali (poco più di 19.000 se si escludono anche le non statali).
Sui 186 milioni già erogati, ogni immatricolato in più è costato tra gli 8.440 e i 9.583 euro. Persino nello scenario più generoso (i 250 milioni spesi per intero e un effetto che sale fino a 50.000 studenti) resteremmo attorno ai 5.000 euro a testa. Ma il problema, a mio avviso, nasce a monte. In fase di progettazione è mancata una riflessione seria sul costo-opportunità e sull’obiettivo stesso della misura. Si è scelto di contare il numero di beneficiari (quante persone coinvolte nelle attività di orientamento) e non l’efficacia, cioè l’aumento del tasso di passaggio e la riduzione degli abbandoni (che dovrebbe accadere in virtù di un orientamento ben fatto). Si è misurata la partecipazione, non il risultato. È il sintomo di una cultura che continua a preferire l’intenzione all’impatto.
E se avessimo girato una serie tv per orientare?
Proviamo a introdurre il concetto di costo-opportunità. Quali altre misure avrebbero potuto finanziare i 250 milioni? Si potevano sostenere le spese per l’alloggio degli studenti fuori sede, o dare un aiuto allo studio a chi rischia di non iscriversi per ragioni economiche. O (mi si passi la provocazione, che facciamo da tempo a diversi stakeholder) finanziare una serie TV per il grande pubblico capace di cambiare la percezione dello studio in Italia, mostrando luoghi, percorsi e storie in cui i ragazzi possano riconoscersi. L’idea è nata come provocazione ma l’abbiamo approfondita nel tempo. Negli ultimi tre anni, tra le serie italiane più costose, c’è L’Amica Geniale (con quasi 4 milioni di ascolti nell’ultima stagione) che è costata circa 5,5 milioni a puntata (dati Ministero della Cultura e Auditel). Vuol dire che con circa 50 milioni si finanzia una stagione da dieci episodi che ha l’ambizione di essere un blockbuster.
E allora chiudo con una provocazione seria: se qualcuno vuole finanziarla, una bozza di progetto ce l’abbiamo già. Sarebbe l’occasione per verificare, dati e fatti alla mano, se quei soldi potessero essere impiegati in modo da spostare di più il tasso di passaggio. Perché è questo, alla fine, che conta davvero: che più ragazzi arrivino all’università.
Le tre domande di questo mese.
Chi ci segue lo avrà imparato, a noi piace lasciare domande per stimolare la riflessione. E allora ecco quelle di questo mese:
- Con tremila corsi ma metà delle matricole in dieci classi stiamo orientando alle competenze strategiche per il futuro del Paese, o verso ciò che è più facile riempire?
- La crescita del Sud è una scelta o un ripiego che nasconde una nuova disuguaglianza?
- I 250 milioni erano il modo migliore per portare un diplomato all’università, o solo il più facile da realizzare?
La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di luglio
Cosa scelgono i diplomati dopo la maturità?
Maturità appena conclusa, e con essa il tempo delle decisioni. Abbiamo guardato chi entra per la prima volta all’università (gli immatricolati a corsi triennali e a ciclo unico) per capire come stanno cambiando le scelte dei diplomati: quanti si iscrivono, cosa studiano, dove vanno. Ne esce un sistema in pieno movimento, dove a muovere i numeri sono spesso le decisioni pubbliche più delle preferenze dei ragazzi.
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