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Nota osservatorio-Università

Dottorati italiani: chi forma davvero i ricercatori che servono al Paese, e dove?

Dopo aver guardato l’università attraverso la lente dei master a maggio, in questa nota ci concentriamo sul terzo ciclo, quello dei dottorati di ricerca. È il segmento più piccolo del sistema universitario italiano per numero di diplomati, ma anche quello che forma i futuri ricercatori e una quota importante di chi insegnerà nei prossimi anni. Per capire come sta cambiando, abbiamo letto i dati di su tre dimensioni: la distribuzione tra atenei, l’apertura internazionale e le aree disciplinari in cui i dottorati italiani si stanno concentrando. Da una parte troviamo un sistema più aperto al mondo di quanto fosse dieci anni fa. Dall’altra siamo di fronte ad un sistema fortemente concentrato in pochi atenei e poche discipline, ancora sotto la media europea per attrazione internazionale.

 

Questi tre insights che vale la pena anticipare:

  • Tra l’a.a. 2015/2016 e l’a.a. 2024/2025 gli iscritti ai corsi di dottorato sono passati da 29.709 a 47.144 (+59%). I diplomati nello stesso periodo sono rimasti stabili intorno alle 10.000 unità l’anno. I primi dieci atenei italiani concentrano il 44% dei diplomati.
  • Il dottorato è il ciclo più internazionalizzato dell’università italiana, con il 16% di iscritti internazionali contro il 12% dei master e il 5,5% dei corsi di laurea. Se ci confrontiamo con l’Europea però siamo sotto la media UE-27 (22%). Tra gli internazionali iscritti a un dottorato in Italia nell’a.a. 2024/2025, il Pakistan è il primo Paese di provenienza (1.214 iscritti, contro i 64 di dieci anni fa).
  • Sui temi strategici il quadro è polarizzato: tra chi ha diplomato dottori di ricerca, un solo dottorato in tutta Italia richiama la cybersecurity nel titolo, e solo sei atenei in vent’anni hanno fatto lo stesso con l’intelligenza artificiale.

 

 

 

Quanti sono i dottori di ricerca in Italia e in quali atenei si formano

Dottori di ricerca stabili, dottorandi in forte crescita: cosa sta succedendo nel terzo ciclo dell’università italiana

Negli ultimi vent’anni il numero di persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca in Italia è rimasto sostanzialmente stabile intorno alle 10.000 unità l’anno. Nel 2024 i diplomati sono stati 10.276, con un picco minimo registrato nel 2020, quando erano scesi a 8.171.

 

Lo stesso però non vale per gli iscritti, che hanno seguito una traiettoria molto diversa: si è passati da 29.709 iscritti nell’a.a. 2015/2016 a 47.144 nell’a.a. 2024/2025. In dieci anni il bacino degli iscritti è cresciuto di quasi il 60%, mentre quello di chi arriva al titolo è rimasto fermo.

 

Inoltre, si deve considerare che c’è stato un aumento degli accessi: il picco si è registrato con il 39° ciclo, nell’a.a. 2023/2024, quando le persone che si sono immesse per la prima volta in un percorso di dottorato sono state 17.240 (Fig. 1).

 

Lo scarto tra le due traiettorie ha due possibili spiegazioni. La prima è che una quota crescente di iscritti possa restare nel dottorato più a lungo del previsto, allungando i tempi di conseguimento del titolo. La seconda è che vi sia un numero importante di abbandoni. Su queste due ipotesi i dati pubblici disponibili non permettono una verifica diretta.

Fig.
Figura 1. Evoluzione del numero di accessi, di iscritti e di diplomati ai corsi di dottorato (a.a. 2015/16 – 2024/25)

 

Il dottorato interessa principalmente alle università statali

Guardando da dove arrivano i dottori di ricerca italiani nel 2024, il quadro è netto. Il 92% di coloro che ha conseguito un titolo (in linea con la terminologia dell’Ufficio Statistico del MUR, useremo il termine diplomati come sinonimo da qui in avanti) proviene da un’università statale, il 3% da una scuola superiore universitaria, il 4,6% da università non statali. Le telematiche pesano lo 0,1%, e tra i diplomati sono rappresentate da due soli atenei: Uninettuno ed e-Campus.

 

Il dato sulle telematiche, però, racconta una storia più dinamica di quanto suggerisca la variabile dei diplomati. Sul fronte degli accessi, 8 delle 11 telematiche italiane hanno registrato nuovi iscritti a un dottorato nel 39° ciclo (a.a. 2023/2024). Le uniche assenti sono Unitelma Sapienza, Firenze IUL e Giustino Fortunato di Benevento. È una traiettoria spinta anche dal focus del PNRR sui dottorati, e che vale la pena monitorare nei prossimi anni: oggi pesa pochissimo sui diplomati, ma sta cambiando la composizione del bacino in ingresso.

 

 

La polarizzazione del sistema: dieci atenei fanno il 44% dei dottori di ricerca

I dottorati italiani sono concentrati in un numero ristretto di atenei. In cima alla classifica c’è la Sapienza di Roma, con 933 persone che hanno conseguito il titolo nel 2024. Tra i primi dieci per numero di diplomati nel 2024, solo uno si trova nel Mezzogiorno: la Federico II di Napoli, in quinta posizione. Complessivamente i primi dieci atenei rappresentano il 44% di tutti i diplomati italiani (Tab. 1).

Ateneo N. Diplomati (2024) Quota sui diplomati complessivi (2024)
Roma La Sapienza 933 9%
Bologna 578 6%
Padova 500 5%
Milano Politecnico 453 4%
Napoli Federico II 400 4%
Roma Tor Vergata 361 4%
Milano 352 3%
Torino Politecnico 348 3%
Genova 308 3%
Torino 281 3%
Tabella 1. Primi dieci atenei italiani per numero di diplomati ai corsi di dottorato (2024).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.

 

Una lettura più fine si ottiene rapportando il numero di coloro che hanno conseguito un dottorato con quello dei laureati magistrali, per individuare gli atenei con una vocazione sul terzo ciclo. In cima a questa classifica c’è l’Università di Teramo, che nel 2024 ha diplomato 62 dottori di ricerca a fronte di 268 laureati magistrali e magistrali a ciclo unico: un rapporto del 23%. Tra i primi dieci compaiono anche due atenei non statali a vocazione medica, Humanitas University e Campus Bio-Medico di Roma (Tab. 2).

 

Ateneo N. Diplomati al dottorato (2024) N. Laureati secondo ciclo (2024) Rapporto Diplomati / Laureati
Teramo 62 268 23%
Camerino 76 378 20%
Roma Tor Vergata 361 2.271 16%
Rozzano (MI) Humanitas University 23 161 14%
Genova 308 2.344 13%
Trento 222 1.831 12%
Bari Politecnico 79 653 12%
Bolzano 48 397 12%
Roma Biomedico 39 329 12%
Sannio 32 281 11%
Tabella 2. Primi dieci atenei italiani per rapporto tra diplomati al dottorato e laureati di secondo ciclo (2024).
FONTE: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR

 

La concentrazione emerge anche guardando ai singoli corsi di dottorato. Se consideriamo i corsi che nel 2024 hanno visto dieci persone o meno conseguire il titolo, parliamo del 67% di tutti i corsi attivi. La quota sale al 94% se alziamo la soglia a venti diplomati. La maggior parte dell’offerta formativa di terzo ciclo italiana è quindi costituita da corsi piccoli, con bacini di pochi diplomati l’anno.

 

 

 

Gli iscritti internazionali ai dottorati: quanti sono e da dove arrivano

Il dottorato è il ciclo più internazionale dell’università italiana

Negli ultimi dieci anni gli iscritti internazionali ai corsi di dottorato sono passati da 2.060 nell’a.a. 2015/2016 a 7.553 nell’a.a. 2024/2025. In termini relativi, sono saliti dal 7% al 16% del totale degli iscritti.

Il confronto con gli altri cicli dell’università italiana è netto. Negli stessi corsi di laurea gli iscritti internazionali si fermano al 5,5%; nei master di primo e secondo livello, come avevamo evidenziato nella nota di maggio, si arriva al 12%. Il quadro che emerge è chiaro: più si sale di ciclo, più il sistema italiano si internazionalizza, e il dottorato è oggi il segmento più aperto in assoluto (Fig. 2).

Fig.
Figura 2. Evoluzione della quota di iscritti internazionali ai corsi di dottorato, ai master universitari, e ai corsi di laurea (a.a. 2015/16 – 2024/25)

 

Lo scenario cambia però se allarghiamo lo sguardo all’Europa. La quota di dottorandi internazionali nel 2024 nell’Unione Europea a 27 paesi è in media del 22%, secondo i dati Eurostat. Per fare un confronto, Francia (35%) e Portogallo (32%) hanno una maggiore apertura, seguiti da Germania (25%) e Spagna (20%) (Fig. 3). L’Italia si colloca quindi sotto la media UE: il nostro dottorato è il segmento più internazionale del sistema universitario italiano, ma su scala europea resta un sistema relativamente meno aperto di quello dei nostri vicini.

 

Fig.
Figura 3. Quota di iscritti internazionali sul totale dei dottorandi in alcuni Paesi europei (2024)

 

Il Pakistan svetta in cima, davanti a Cina e Iran

Tra i Paesi di provenienza degli iscritti internazionali ai dottorati italiani, al primo posto c’è il Pakistan, con 1.214 iscritti nell’a.a. 2024/2025 contro i 64 dell’a.a. 2015/2016. Seguono la Cina (885 iscritti) e l’Iran (803) (Fig. 4).

Il dato sul Pakistan è particolarmente significativo perché non trova riscontro negli altri cicli: non è il primo paese di provenienza né tra gli iscritti internazionali ai corsi di laurea né tra quelli ai master, come avevamo visto nella nota di maggio. Il dottorato di ricerca italiano, su questo, ha quindi una geografia di attrazione propria. Il Pakistan, inoltre, è il paese che è cresciuto maggiormente.

Guardando alla top 20, due Paesi si distinguono per la rapidità con cui hanno scalato la classifica negli ultimi dieci anni: l’Etiopia, salita di 14 posizioni (dalla 25ª all’11ª), e l’Algeria, anch’essa cresciuta di 14 posizioni (dalla 33ª alla 19ª).

Fig.
Figura 4. Primi venti Paesi di provenienza degli iscritti internazionali ai corsi di dottorato in Italia (a.a. 2024/25) e posizione nell’a.a. 2015/16

 

Francia, Spagna, Germania: i dottorati attraggono anche dall’Europa avanzata

Nei dottorati italiani compaiono in top 10 tre Paesi europei che non figurano tra i primi dieci di provenienza nei corsi di laurea: la Francia al settimo posto (187 iscritti), la Spagna all’ottavo (186) e la Germania al decimo (153). A questi si aggiunge il Brasile (in quinta posizione con 236 iscritti), anch’esso assente dalla top 10 dei corsi di laurea.

È un dato che rafforza una tendenza già emersa sui master: nella formazione avanzata l’università italiana riesce a competere anche con sistemi accademici maturi quanto o più del nostro.

 

 

 

I dottorati di ricerca per area disciplinare

I dottorati più grandi sono soprattutto STEM, e i due Politecnici dominano la classifica

Tra i dieci dottorati con il più alto numero di diplomati nel 2024, nove sono dottorati STEM in senso stretto (ingegneria, scienze, ICT) e uno è di area medica. L’ateneo più rappresentato è il Politecnico di Milano, con quattro dottorati nelle prime dieci posizioni, seguito dal Politecnico di Torino con due. L’unico corso non STEM è il Dottorato di Ricerca Internazionale in Medicina Molecolare del San Raffaele di Milano (Tab. 3).

È un dato che racconta bene come il dottorato italiano sia oggi un terreno fortemente connotato sul piano disciplinare: i grandi numeri si concentrano in pochi atenei tecnico-scientifici, mentre la maggior parte degli altri corsi resta su bacini ristretti, come abbiamo visto nel primo capitolo.

Ateneo Nome Corso N. Diplomati (2024)
Torino Politecnico Ingegneria elettrica, elettronica e delle comunicazioni 69
Milano Politecnico Ingegneria dell’informazione / Information Technology 68
Milano Politecnico Bioingegneria / Bioengineering 43
Milano Politecnico Fisica / Physics 41
Padova Industrial Engineering 40
Genova Bioingegneria e robotica – Bioengineering and Robotics 39
Milano San Raffaele Dottorato di Ricerca Internazionale in Medicina Molecolare 36
Torino Politecnico Ingegneria informatica e dei sistemi 35
Milano Politecnico Scienze e tecnologie energetiche e nucleari / Energy and Nuclear Science and Technology 35
Roma La Sapienza Fisica 34
Tabella 3. Primi dieci corsi di dottorato per numero di diplomati (2024).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR

 

 

Cybersecurity, dati, intelligenza artificiale: quanto pesano davvero nei dottorati italiani

Dopo aver analizzato i master a maggio, abbiamo ripetuto la stessa lettura sui dottorati per capire quanto pesino le aree più strategiche per il futuro del Paese: cybersecurity, analisi e gestione dei dati, intelligenza artificiale e sostenibilità.

 

Sulla cybersecurity, se guardiamo ai diplomati, c’è oggi in Italia un solo dottorato che richiama esplicitamente il tema nel proprio titolo: il Dottorato in Cyber Physical Systems dell’Università di Messina. Si tratta peraltro di un corso non propriamente vicino alla cybersecurity e con un bacino molto limitato: nel 2024 non ha registrato diplomati e ne ha avuti solo nel 2022 e nel 2021. Il quadro però cambia se si guardano gli accessi, ovvero i nuovi ingressi nei dottorati: negli ultimi cicli (dal 38°) sono stati attivati dottorati in cybersicurezza dalla Scuola IMT Alti Studi di Lucca e dalla Sapienza di Roma, segno che qualcosa, anche su questo fronte, ha iniziato a muoversi.

 

Sull’analisi dati la situazione è leggermente migliore, ma resta marginale: i dottorati che richiamano il tema sono nove, erogati da otto atenei diversi e da una scuola superiore, per complessivi 90 diplomati nel 2024.

 

Sulla sostenibilità i numeri sembrano più ampi (22 dottorati e 144 diplomati), ma il confine dell’area è meno netto: il tema attraversa ambiti molto diversi tra loro, dall’agricoltura al diritto, e il dato va letto con questa cautela.

 

 

L’intelligenza artificiale entra rapidamente nei dottorati italiani

Il caso dell’intelligenza artificiale merita un paragrafo a parte, perché la traiettoria è la più rapida che abbiamo osservato. Negli ultimi vent’anni sono stati appena sei gli atenei italiani da cui sono usciti dottori di ricerca con l’intelligenza artificiale nel titolo del proprio corso. Se però guardiamo agli accessi nel solo 39° ciclo (a.a. 2023/2024), gli atenei con un dottorato attivo che richiama l’IA nel titolo salgono a tredici: possiamo, quindi, supporre che anche il numero di istituzioni coinvolte nella formazione di diplomati in intelligenza artificiale crescerà nei prossimi anni.

 

 

 

Tre domande per il sistema universitario

Il sistema dei dottorati italiani si è ampliato sul fronte degli iscritti, ha guadagnato attrattività internazionale e ha iniziato a muoversi su alcune competenze strategiche; allo stesso tempo resta fortemente concentrato in pochi atenei, sotto la media UE per apertura, e largamente disallineato rispetto ai temi più rilevanti per la competitività del Paese. Come sempre, più che chiudere con una sintesi, preferiamo lasciare domande. Eccone tre che ci sembrano rilevanti per chi lavora nel sistema universitario italiano.

 

  1. Se dieci atenei concentrano il 44% dei dottori di ricerca italiani, su quali priorità il resto del sistema può scegliere di investire, e con quali alleanze? Il sistema attuale è il risultato della somma di scelte locali: ogni ateneo costruisce la propria offerta di dottorato in autonomia, spesso con bacini ridotti (il 67% dei corsi diploma dieci persone o meno). Rendere queste scelte più strategiche (anche attraverso forme di cooperazione interuniversitaria) significa fare i conti con due variabili: dove ognuno può davvero distinguersi, e dove invece conviene fare massa critica insieme.
  2. Il dottorato italiano è il segmento più internazionale dell’università, ma resta sotto la media UE: come possiamo renderlo più competitivo da domani? Con il 16% di iscritti internazionali siamo davanti a master e lauree, ma sei punti sotto la media UE-27 e diciannove sotto la Francia. Sono diverse le leve che il sistema può attivare per migliorare questo posizionamento. La domanda è a quale dare priorità nei prossimi anni.
  3. Le competenze che il Paese sta formando oggi nei dottorati saranno quelle che servono nei prossimi vent’anni? Chi conclude un dottorato oggi è la persona che potrebbe trovarsi a insegnare nelle università italiane dei prossimi decenni, contribuendo a costruire l’offerta formativa del futuro. È anche la persona che può portare in azienda competenze di ricerca avanzata, alimentare il trasferimento tecnologico, dare vita a nuove imprese in un Paese che chiede occupati altamente specializzati.

 

 

 

 

“Il 97% dei nostri dottori di ricerca è impiegato ad un anno dal titolo, la metà circa nel settore privato a dimostrazione che questo è, a tutti gli effetti, l’ultimo gradino dell’istruzione e non necessariamente il primo della carriera accademica. In Italia la percezione è infatti ancora molto diversa rispetto all’estero, pensiamo alla vicina Germania, dove l’alta formazione è una leva competitiva che, al contrario, il nostro sistema imprenditoriale fatica a valorizzare. Se guardo i dati occupazionali a cinque anni di distanza, quasi un terzo dei nostri PhD è all’estero e poco più del 40% ha un lavoro che effettivamente richiede una competenza elevata, nonostante otto su dieci abbiano un impiego compatibile con i propri studi. Questo scarto genera un grado di insoddisfazione che spesso porta molti ad andarsene. E se da un lato la natura medio piccola del nostro tessuto imprenditoriale non aiuta a sviluppare una cultura dell’innovazione che possa assorbire queste figure, dall’altro il 7% dei nostri PhD opera in una startup. Un ottimo segnale, che però va rafforzato attraverso politiche di sistema a favore dell’autoimprenditorialità.”

 

Donatella Sciuto, Rettrice, Politecnico di Milano

 

 

“Ritengo che la concentrazione dei dottorati nei principali atenei rifletta la struttura stessa del sistema universitario nazionale, nel quale istituzioni di grande dimensione e con un profilo generalista, come la Sapienza, sono chiamate a coprire un ampio spettro di ambiti disciplinari e a sostenere una forte proiezione internazionale. In questa prospettiva, la maggiore incidenza di alcuni atenei nei dati non rappresenta una distorsione, ma il riflesso delle diverse dimensioni istituzionali e delle specifiche missioni scientifiche che caratterizzano il sistema universitario nel suo complesso. A titolo esemplificativo Sapienza, che con oltre 126.000 studentesse e studenti si caratterizza per una capacità formativa e di ricerca diffusa e articolata, nell’anno accademico 2026/2027 attiverà 95 corsi di dottorato, a conferma della continuità e della profondità della propria offerta di terzo livello.”

 

Antonella Polimeni, Rettrice, Sapienza

 

 

 

 

La prossima Nota dell’Osservatorio Talents Venture

Orientamento e scelte: cosa scelgono gli studenti che entrano all’università?

L’esame di maturità rappresenta per molti studenti non solo la fine di un ciclo, ma anche il momento in cui scegliere come proseguire il proprio percorso di studi. In occasione di questo passaggio, nella prossima newsletter analizzeremo le classi di laurea più scelte dai diplomati, le diverse modalità di accesso, e il livello di soddisfazione degli studenti rispetto al percorso intrapreso.

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Nota metodologica

L’analisi si basa sugli open data di USTAT, il portale statistico del Ministero dell’Università e della Ricerca, a cui va il nostro ringraziamento per il lavoro che svolge. I dati sono stati estratti a maggio 2026 ed elaborati internamente da Talents Venture.

 

Sui dottorati abbiamo guardato tre dimensioni: i diplomati, ovvero chi ha conseguito il titolo di dottore di ricerca, e gli iscritti, ovvero chi risulta oggi iscritto a un corso di dottorato. Gli iscritti sono stati utilizzati esclusivamente per l’analisi sull’internazionalizzazione, perché è la sola dimensione su cui questo dato è disponibile. Quando nel testo si parla di accessi, ci riferiamo alle persone che si immettono per la prima volta in un corso di dottorato in un determinato ciclo.

 

Gli accessi misurano quindi un flusso in entrata, i diplomati il flusso in uscita, mentre gli iscritti misurano lo stock complessivo di persone in formazione in un dato anno accademico.

 

I corsi di dottorato in Italia sono organizzati per cicli annuali. Quando nel testo facciamo riferimento al 39° ciclo, intendiamo i corsi avviati nell’a.a. 2023/2024.

 

Il perimetro include tutte le università italiane, statali e non statali. In alcuni passaggi specifici dell’analisi, esplicitati nel testo, abbiamo allargato lo sguardo anche alle scuole superiori a ordinamento speciale.

 

I dati su diplomati e laureati si riferiscono all’anno solare 2024, l’ultimo disponibile, mentre i dati sugli iscritti si riferiscono all’anno accademico 2024/2025. Quando proponiamo confronti storici, l’orizzonte di riferimento è di norma di dieci anni; in alcuni passaggi, indicati esplicitamente, lo abbiamo esteso a venti.

 

Per leggere il peso dei dottorati nei singoli atenei, abbiamo messo a confronto i diplomati al dottorato con i laureati magistrali: l’idea è rapportare i profili in uscita dal terzo ciclo (il dottorato) con quelli in uscita dal secondo ciclo. Nel perimetro dei laureati magistrali abbiamo incluso le lauree magistrali e le lauree magistrali a ciclo unico, sia del nuovo sia del vecchio ordinamento.

 

Per “iscritto internazionale” intendiamo, in linea con la classificazione MUR, chi ha conseguito il proprio diploma di scuola secondaria all’estero, indipendentemente dalla cittadinanza.

 

Per il confronto europeo sulla quota di dottorandi internazionali abbiamo utilizzato i dati Eurostat riferiti all’anno 2024, costruendo il rapporto tra il numero di studenti mobili dall’estero e il totale degli iscritti al livello di istruzione terziaria di tipo dottorale. La definizione Eurostat di studente “mobile” non è perfettamente sovrapponibile a quella MUR di “iscritto internazionale” qui adottata per il sistema italiano: per questo motivo i dati italiani inseriti nel confronto europeo sono quelli calcolati con la metodologia Eurostat, e possono presentare lievi scostamenti rispetto a quelli pubblicati da USTAT.

 

Per l’analisi sulle aree disciplinari emergenti (cybersecurity, analisi dati, intelligenza artificiale, sostenibilità) abbiamo cercato parole chiave nei titoli ufficiali dei dottorati. Le chiavi di ricerca utilizzate sono le seguenti:

  • Cybersecurity: “cyber”
  • Analisi dati: “data”, “dati”
  • Intelligenza artificiale: “artificial”, “intelligen”, escludendo i riferimenti a Trapianti d’organo ed organi artificiali
  • Sostenibilità: “sostenib”, “sustainab”

 

L’analisi non copre i contenuti dei programmi formativi, ma esclusivamente quanto dichiarato nel titolo ufficiale del corso: è quindi possibile che dottorati con contenuti rilevanti nelle aree considerate non siano stati inclusi nel conteggio perché il titolo non richiama esplicitamente queste tematiche. È inoltre possibile che un dottorato sia stato conteggiato in più aree.

 

 

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