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Il Paese di domani si progetta nei dottorati di oggi

Il mese scorso abbiamo guardato all’università attraverso la lente dei master. Questo mese saliamo all’ultimo gradino: il dottorato di ricerca. È il segmento più piccolo del sistema per titoli rilasciati, ma forma i ricercatori di domani e buona parte di chi insegnerà nei prossimi decenni.

I numeri raccontano un sistema in movimento. Gli iscritti sono passati da 29.709 (a.a. 2015/2016) a 47.144 (a.a. 2024/2025): quasi il 60% in più. Ma chi arriva al titolo resta stabile, intorno alle diecimila persone l’anno (10.276 nel 2024). È anche il ciclo più internazionale dell’università italiana, con il 16% di iscritti dall’estero. Dietro questi numeri condivido tre riflessioni.

 

1. Pochi atenei concentrano gran parte dei dottorati.

I primi dieci rilasciano il 44% dei titoli; il 94% dei corsi diploma venti persone o meno, il 67% ne diploma dieci o meno. Davanti a questi numeri scattano due reazioni istintive, opposte e tutte e due sbagliate: tagliare i corsi più piccoli perché “inefficienti”, oppure lasciare tutto com’è. La prima dimentica che un dottorato con pochi numeri può presidiare una nicchia strategica che vale più del suo peso, e che un Paese non può abbandonare. La seconda rinuncia a governare un sistema che si sta concentrando comunque. La via d’uscita allora potrebbe stare altrove, in due movimenti complementari. Il primo è quello di specializzarsi: ogni ateneo sceglie dove giocare la propria partita, chi su dottorati e ricerca, chi sulle triennali e sul ciclo unico, chi sulle magistrali, chi su specifici settori, chi sul post-lauream. La seconda è quella di cooperare: unire le forze dove da soli non si arriva, per fare massa critica sulle eccellenze e raggiungere una scala maggiore e per complementarsi dove non si arriva da soli.

 

2. È il nostro segmento più internazionale, ma è un primato solo interno.

Dentro i nostri confini, il dottorato è la punta più aperta all’estero del sistema: 16% di iscritti da altri Paesi, contro il 12% che si registra nei master e il 5,5% delle lauree. Più si sale di ciclo, più attraiamo da fuori. Ma allargando guardando il sistema italiano a confronto con il resto dell’Europa il primato dei nostri dottorati appare meno convincente. La media UE di studenti stranieri iscritti ai corsi di dottorato è del 22%, e Francia (35%), Portogallo (32%), Germania (25%) e Spagna (20%) ci precedono. Ci raccontiamo che la ricerca italiana è un fiore all’occhiello, eppure fatichiamo ad attrarre da fuori. Una parte della spiegazione è economica. La borsa italiana, al lordo, è in linea con Spagna e Portogallo, che però attraggono più di noi. In Francia vale quasi il doppio; in Germania, dove spesso è un vero contratto di lavoro, in alcuni casi quasi il triplo. I numeri vanno letti come ordini di grandezza, perché ogni Paese finanzia il dottorato in modo diverso. Tuttavia, pesa anche quanto un Paese paga chi fa ricerca. Eppure, come mostrano Spagna e Portogallo, non si riduce tutto ai soldi.

 

3. Le nicchie strategiche che mancano.

Tra chi ha conseguito un dottorato, oggi un solo corso richiama la cybersecurity nel titolo. In vent’anni, solo sei atenei hanno diplomato dottori di ricerca il cui dottorato facesse riferimenti espliciti all’intelligenza artificiale nel titolo. Eppure, non parliamo di temi nati ieri. Possibile che l’accademia non studiasse questi temi prima della loro esplosione? Probabilmente li studiava, ma sotto altri nomi.

 

Perché tutto questo conta: la ricerca disegna il Paese che verrà.

La posta in gioco va oltre l’università. La ricerca di oggi definisce due cose. La prima è l’offerta formativa di domani: chi conclude un dottorato ora è chi insegnerà nei prossimi anni. La seconda è il tessuto imprenditoriale: dalla ricerca nascono le imprese che competono sul valore aggiunto e definiscono la base industriale del Paese.

Per questo dobbiamo evitare due derive opposte.

La prima: che il dottorato diventi un parcheggio, il rifugio di chi non trova sbocchi nel privato e resta in accademia per mancanza di alternative. Se accade, continuiamo a fare ricerca su temi che già oggi offrono poche opportunità di lavoro, e perpetuiamo un’offerta formativa costruita sui docenti che abbiamo a disposizione, non su ciò che serve davvero al Paese. La cybersecurity lo mostra: fino all’a.a. 2019/2020 c’erano appena tre corsi di laurea dedicati in tutta Italia, e oggi sono ancora pochi (11). Senza ricercatori sui temi strategici, l’offerta formativa non può aggiornarsi.

La seconda deriva è speculare: lasciar partire le menti migliori. Senza un riconoscimento economico adeguato rischiamo di regalare ad altri sistemi le persone che dovrebbero far avanzare la conoscenza qui. Attiriamo pochi ricercatori dall’estero e, allo stesso tempo, i nostri talenti scelgono il privato o la ricerca fuori.

C’è poi un terzo passaggio, forse il più importante. Chi fa ricerca deve poterla portare fuori dall’accademia, e trasformarla in impresa e lavoro di qualità. All’Italia mancano circa 1,6 milioni di occupati specializzati per allinearsi alla media europea (Eurostat). Quell’occupazione nasce solo in due modi: da imprese nuove, o da imprese esistenti che aprono nuovi segmenti di business, spesso grazie al prodotto della ricerca. Un esempio recente lo rende concreto. Niulinx, spin-off del Politecnico di Milano nato dal gruppo di ricerca AIDA, lavora sulla guida autonoma: ha chiuso un round da 38 milioni con A2A e CDP Venture Capital e impiega oltre sessanta tra dottori di ricerca e ingegneri. Il suo AD, Luca Foresti, ha colto il nodo: “le università italiane hanno al proprio interno competenze e ricerca di altissimo livello. Non hanno però l’abitudine di farle diventare prodotti per il mercato”. È esattamente il percorso che dovremmo rendere ordinario, non eccezionale.

 

Tre domande, nessuna risposta facile.

Da queste riflessioni nascono le tre domande che lascio aperte a chi legge:

  1. Se dieci atenei concentrano il 44% dei dottori di ricerca italiani, su quali priorità il resto del sistema può scegliere di investire, e con quali alleanze?
  2. Il dottorato italiano è il segmento più internazionale dell’università, ma resta sotto la media UE: come possiamo renderlo più competitivo da domani?
  3. Le competenze che il Paese sta formando oggi nei dottorati saranno quelle che servono nei prossimi vent’anni?

Nell’analisi di questo mese presentiamo nel dettaglio i dati che hanno generato queste domande.

 

 

 

La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di giugno

Dottorati italiani: chi forma davvero i ricercatori che servono al Paese, e dove?

Dopo aver guardato l’università attraverso la lente dei master a maggio, in questa nota ci concentriamo sul terzo ciclo, quello dei dottorati di ricerca. È il segmento più piccolo del sistema universitario italiano per numero di diplomati, ma anche quello che forma i futuri ricercatori e una quota importante di chi insegnerà nei prossimi anni. Per capire come sta cambiando, abbiamo letto i dati di su tre dimensioni: la distribuzione tra atenei, l’apertura internazionale e le aree disciplinari in cui i dottorati italiani si stanno concentrando.

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