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Cosa scelgono i diplomati dopo la maturità?

Maturità appena conclusa, e con essa il tempo delle decisioni. Abbiamo guardato chi entra per la prima volta all’università (gli immatricolati a corsi triennali e a ciclo unico) per capire come stanno cambiando le scelte dei diplomati: quanti si iscrivono, cosa studiano, dove vanno. Ne esce un sistema in pieno movimento, dove a muovere i numeri sono spesso le decisioni pubbliche più delle preferenze dei ragazzi.

 

I dati principali:

  • Medicina raddoppia. Le matricole sono passate in cinque anni da 6.762 a 14.952 (+121%), spinte dall’aumento dei posti e dall’avvio del semestre aperto.
  • Lingue e scienze di base in ritirata. Mentre crescono i corsi sanitari e professionalizzanti, perdono migliaia di matricole mediazione linguistica, lingue, e biologia.
  • Il Nord si ferma, il Sud cresce. In cinque anni gli atenei del Centro (+7,9%) e del Mezzogiorno (+7,7%) corrono, quelli del Nord restano fermi (+1,9%).
  • Una telematica tra i grandi. Gli atenei online crescono del 38% e Pegaso entra tra i primi dieci atenei d’Italia per immatricolati, ottava davanti a Palermo e Bari.
  • L’orientamento del PNRR sotto esame. A fronte di 186 milioni investiti ad oggi, il tasso di passaggio “vero” (al netto delle telematiche) è rimasto quasi piatto: ogni nuovo immatricolato attribuibile alla misura è costato tra gli € 8.440 e € 9.583.

 

La nota di questo mese ospita i commenti ai nostri dati da parte di Vito Introna, Delegato all’Orientamento, Tutorato e Placement di Ateneo dell’Università di Roma Tor Vergata e Donata Vianelli, Rettrice dell’Università di Trieste

 

Quanti corsi offre il sistema universitario, e come sono distribuiti tra classi e atenei

Oltre tremila corsi, quasi mille in più dal 2010: quanto è ricca l’offerta italiana

Chi si diploma questa estate entra in un sistema dall’offerta vastissima. L’ultima fotografia consolidata, quella dell’a.a. 2024/2025, conta 3.140 corsi di laurea, tra triennali e ciclo unico (Fig. 1). E il numero cresce in modo costante: rispetto all’a.a. 2010/2011, il primo per cui i dati sono disponibili, il sistema ha aggiunto quasi mille corsi.

 

Fig.
Figura 1. Evoluzione dell’offerta formativa di primo livello (a.a. 2010/11-2024/25)

 

Per dare la misura di questa abbondanza, possiamo immaginare uno studente che prova a dedicare appena trenta minuti ad approfondire ciascun corso, gli servirebbero più di due mesi: due mesi senza mai fermarsi a dormire o a mangiare. È un’esagerazione, ovviamente, ma rende l’idea di quanto sia largo il ventaglio davanti a chi deve scegliere.

 

 

 

La ricchezza si concentra nella sanità, poi economia e ingegneria

L’offerta non è distribuita in modo uniforme. Il sistema organizza i corsi in 61 classi di laurea, raggruppamenti che mettono insieme percorsi con obiettivi formativi simili (Tab. 1). Le tre classi più ricche appartengono tutte alle professioni sanitarie: quelle tecniche (L/SNT3) con 225 corsi, quelle infermieristiche e ostetriche (L/SNT1) con 206, quelle della riabilitazione (L/SNT2) con 198. Seguono l’ingegneria industriale (L-09, 166 corsi) e le scienze dell’economia e della gestione aziendale (L-18, 145 corsi).

 

All’estremo opposto c’è una lunga coda di classi di nicchia (Tab. 1). La meno presidiata è Geografia (L-06), con appena quattro corsi in tutta Italia; sotto i dieci corsi restano anche Diagnostica per la conservazione dei beni culturali (L-43, 5 corsi), Scienze e tecnologie della navigazione e Scienze della difesa e della sicurezza, ciascuna con 7 corsi (L-28 e L/DS), le Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace (L-37, 8 corsi) e le Scienze dei materiali (L-Sc.Mat., 9 corsi).

 

Le implicazioni, per i futuri universitari, sono importanti: più una classe è ricca di corsi, più uno studente ha una vasta platea di ambiti e atenei tra cui poter scegliere. Dove i corsi sono pochi, la scelta si restringe a una manciata di percorsi e di università.

 

Prime dieci classi di laurea per numero di corsi offerti (a.a. 2024/25) Ultime dieci classi di laurea per numero di corsi offerti (a.a. 2024/25)
Classe di laurea N. corsi Classe di laurea N. corsi
L/SNT3: Professioni sanitarie tecniche 225 L-06: Geografia 4
L/SNT1: Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica 206 L-43: Diagnostica per la conservazione dei beni culturali 5
L/SNT2: Professioni sanitarie della riabilitazione 198 L/DS: Scienze della difesa e della sicurezza 7
L-09: Ingegneria industriale 166 L-28: Scienze e tecnologie della navigazione 7
L-18: Scienze dell’economia e della gestione aziendale 145 L-37: Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace 8
L-08: Ingegneria dell’informazione 136 L-SC.Mat.: Scienze dei Materiali 9
LM-41: Medicina e chirurgia 89 L-P02: Professioni tecniche agrarie, alimentari e forestali 11
LMG/01: Magistrali in giurisprudenza 83 LMR/02: Conservazione e restauro dei beni culturali 11
L-33: Scienze economiche 69 L-21: Scienze della pianificazione territoriale, urbanistica, paesaggistica e ambientale 12
LM-13: Farmacia e farmacia industriale 69 LM-42: Medicina veterinaria 15
Tabella 1. Prime e ultime dieci classi di laurea per numero di corsi offerti (a.a. 2024/25).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: sono stati considerati solo i corsi di laurea triennale e magistrale a ciclo unico del nuovo ordinamento.

 

 

La Sapienza ha più corsi di tutti, ma è Bologna a coprire più ambiti

Ai primi posti per numero di corsi troviamo i grandi atenei generalisti (Tab. 2). La Sapienza di Roma guida con 156 corsi, davanti a Padova (125) e Bologna (119) che però è prima per ampiezza dell’offerta formativa poiché presidia 53 delle 61 classi di laurea esistenti.

 

All’altro capo si trovano atenei piccoli e specializzati (Tab. 2). Alcuni offrono un solo corso di laurea: è il caso di Bra Scienze Gastronomiche e di Roma Foro Italico, ciascuno con un unico percorso in una sola classe.

 

Primi dieci atenei per numero di corsi offerti (a.a. 2024/25) Ultimi dieci atenei per numero di corsi offerti (a.a. 2024/25)
Ateneo N. corsi N. classi presidiate Ateneo N. corsi N. classi presidiate
Roma La Sapienza 156 49 Roma Foro Italico 1 1
Padova 125 49 Bra Scienze Gastronomiche 1 1
Bologna 119 53 Torrevecchia Teatina Leonardo da Vinci – telematica 2 2
Palermo 107 51 Reggio Calabria – Dante Alighieri 2 2
Torino 95 43 Castellanza LIUC 2 2
Milano 89 39 Roma UNINT 3 3
Napoli Federico II 88 48 Perugia Stranieri 5 5
Genova 84 44 Siena Stranieri 5 4
Bari 82 47 Aosta 5 5
Firenze 75 49 Roma San Raffaele – telematica 5 5
Tabella 2. Primi e ultimi dieci atenei per numero di corsi di laurea offerti (a.a. 2024/25).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: sono considerati solo i corsi di laurea triennale e magistrale a ciclo unico del nuovo ordinamento.

 

 

 

Il sistema è più aperto di quanto sembri, e il numero chiuso è concentrato

L’ultimo elemento riguarda come si entra. Esistono tre regimi: accesso libero, a numero chiuso locale (l’ateneo fissa posti e selezione) e a numero chiuso nazionale (posti e prova definiti dal Ministero in modo uniforme su tutta Italia).

 

Il numero chiuso nazionale è concentrato in poche classi. Tra le triennali ne riguarda cinque: le quattro delle professioni sanitarie (L/SNT da 1 a 4) e scienze dell’architettura (L-17). Tra le magistrali a ciclo unico ne riguarda altre cinque: Medicina e Chirurgia (LM-41), Odontoiatria (LM-46), Medicina Veterinaria (LM-42), Architettura e Ingegneria Edile-Architettura (LM-04cu) e Scienze della Formazione Primaria (LM-85 bis).

 

Escludendo queste classi, le cui modalità di accesso sono regolate a livello nazionale dal MUR e non prevedono l’accesso libero per legge, troviamo solo 11 classi dove più di un corso su due è ad accesso programmato (Tab. 3). Quattro di queste non prevedono nessun corso ad accesso libero (le lauree professionalizzanti e la LMR/02 in Conservazione dei beni culturali), mentre il resto della classifica si compone prevalentemente di corsi STEM e Psicologia.

 

Lo specchio opposto è minuscolo: solo due classi non hanno alcun filtro in nessun ateneo, geografia (L-06) e diagnostica per la conservazione dei beni culturali (L-43). E allargando lo sguardo, il sistema resta in larga parte aperto: in 40 classi su 61 più di un corso su due è ad accesso libero.

 

Classe di laurea % di corsi ad accesso programmato
L-P03: Professioni tecniche industriali e dell’informazione 100%
L-P01: Professioni tecniche per l’edilizia e il territorio 100%
LMR/02: Conservazione e restauro dei beni culturali 100%
L-P02: Professioni tecniche agrarie, alimentari e forestali 100%
LM-13: Farmacia e farmacia industriale 88%
L-02: Biotecnologie 84%
L-24: Scienze e tecniche psicologiche 80%
L-04: Disegno industriale 78%
L-22: Scienze delle attività motorie e sportive 72%
L-13: Scienze biologiche 65%
L-29: Scienze e tecnologie farmaceutiche 56%
Tabella 3. Le classi di laurea con il 50% o più dei corsi ad accesso programmato (a.a. 2024/25).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: sono state escluse quelle classi di laurea che prevedono l’accesso programmato a livello nazionale secondo il MUR e le classi di laurea magistrale.

 

 

 

Cosa scelgono di studiare le matricole

Poche classi raccolgono metà delle matricole

Abbiamo visto quanto è ampio il menu: 61 classi, oltre tremila corsi. Eppure, messi di fronte a tutte queste possibilità, gli studenti si muovono in modo sorprendentemente compatto. Le prime dieci classi di laurea da sole raccolgono il 53% delle matricole. In testa c’è scienze dell’economia e della gestione aziendale, con quasi 39.000 immatricolati, seguita dalle due ingegnerie e da giurisprudenza (Fig. 2). Il menu è vastissimo, ma la maggioranza degli studenti sceglie tra una manciata di piatti.

 

Fig.
Figura 2. Prime dieci classi di laurea per numero di immatricolati (a.a. 2025/26).

 

 

Una scelta tutt’altro che neutra rispetto al genere

Dentro queste grandi classi resta una marcata polarizzazione di genere (Fig. 3). Tra le prime dieci, alcune sono nettamente maschili – ingegneria industriale (74% di uomini), ingegneria dell’informazione (75%), scienze motorie (74%) – e altre fortemente femminili, in modo persino più accentuato: scienze dell’educazione e della formazione (93% di donne), scienze e tecniche psicologiche (80%), professioni sanitarie infermieristiche (77%), giurisprudenza (71%). La scelta del corso resta tutt’altro che neutra.

 

Fig.
Figura 3. Distribuzione per genere degli immatricolati nelle prime dieci classi di laurea (a.a. 2025/26)

 

 

Chi cresce e chi arretra

Per capire come cambiano le matricole in cinque anni occorre combinare due lenti diverse che prese singolarmente potrebbero risultare fuorvianti. In valori assoluti la classe che cresce di più è nettamente Medicina e chirurgia, con oltre 8.000 matricole in più (da 6.762 a 14.952); seguono, molto staccate, scienze dell’economia (+3.857), ingegneria dell’informazione (+2.891), scienze dell’educazione e della formazione (+2.793) e scienze e tecniche psicologiche (+2.427) (Tab. 4). In termini percentuali la classifica è tutt’altra: in testa ci sono classi minuscole o nuove di zecca (scienze dei materiali, nata da pochi anni), la laurea professionalizzante in tecniche per l’edilizia (+212%, ma con meno di 400 immatricolati nel 2025/26), medicina veterinaria (+152%, +396 immatricolati). Crescite spettacolari sulla carta, ma costruite su numeri così piccoli da pesare poco sul totale. L’unica classe che svetta in entrambe le letture è Medicina: +121% e oltre ottomila matricole guadagnate rispetto al 2021/22.

 

Sul versante opposto le perdite si concentrano in modo sorprendentemente netto su due famiglie di discipline (Tab. 4). In assoluto i cali maggiori toccano le lingue e le scienze della vita: mediazione linguistica (- 2.560), scienze biologiche (- 2.533) e lingue e culture moderne (- 2.470) perdono più matricole di tutte, seguite da farmacia, scienze dell’ambiente, e biotecnologie. La lettura percentuale conferma il quadro e vi aggiunge qualche caso di nicchia: oltre alla mediazione linguistica (- 32%), arretrano di quasi un terzo la gastronomia, le scienze agrarie, la geografia e le scienze farmaceutiche, oltre alla diagnostica per la conservazione dei beni culturali che ha visto un calo delle immatricolazioni del 37%.

 

 

Prime dieci classi per variazione assoluta di immatricolati (a.a. 2021/22-2025/26) Ultime dieci classi per variazione assoluta di immatricolati (a.a. 2021/22-2025/26)
Classe Variazione assoluta Crescita % Classe Variazione assoluta Crescita %
LM-41: Medicina e chirurgia +8.190 +121% L-12: Mediazione linguistica -2.560 -32%
L-18: Scienze dell’economia e della gestione aziendale +3.857 +11% L-13: Scienze biologiche -2.533 -24%
L-08: Ingegneria dell’informazione +2.891 +17% L-11: Lingue e culture moderne -2.470 -24%
L-19: Scienze dell’educazione e della formazione +2.793 +22% LM-13: Farmacia e farmacia industriale -1.253 -19%
L-24: Scienze e tecniche psicologiche +2.427 +19% L-32: Scienze e tecnologie per l’ambiente e la natura -1.055 -28%
L-09: Ingegneria industriale +2.254 +9% L-02: Biotecnologie -1.022 -13%
L-14: Scienze dei servizi giuridici +1.725 +21% L-25: Scienze e tecnologie agrarie e forestali -927 -30%
L-22: Scienze delle attività motorie e sportive +1.599 +13% L-10: Lettere -818 -10%
L/SNT1: Professioni sanitarie, infermieristiche e professione sanitaria ostetrica +1.507 +13% L-27: Scienze e tecnologie chimiche -792 -21%
LM-85 bis: Scienze della formazione primaria +1.447 +43% L-01: Beni culturali -534 -11%
Tabella 4. Prime e ultime dieci classi di laurea per variazione assoluta di immatricolati (a.a. 2021/22 – 2025/26).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: i dati sugli immatricolati per l’a.a. 2025/26 sono provvisori.

 

 

 

In quali atenei studiano le matricole

Pochi grandi atenei, e una telematica tra i big

Come per le classi, anche tra gli atenei le scelte si concentrano. I primi dieci raccolgono il 34% di tutte le matricole: in testa la Sapienza con oltre 17.700 immatricolati, seguita da Bologna, Torino, Padova e Napoli Federico II (Tab. 5). L’unica telematica è Pegaso. Come detto più volte però, il dato sulle telematiche è influenzato dai dati provvisori.

 

Ateneo N. immatricolati
(a.a. 2025/26)
% sul totale degli
immatricolati (a.a. 2025/26)
Roma La Sapienza 17.737 5%
Bologna 14.271 4%
Torino 14.239 4%
Padova 13.221 4%
Napoli Federico II 13.085 4%
Firenze 11.071 3%
Milano 10.874 3%
Napoli Pegaso – telematica 10.281 3%
Palermo 8.302 2%
Bari 8.031 2%
Tabella 5. Primi dieci atenei per numero di immatricolati (a.a. 2025/26).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: i dati sugli immatricolati per l’a.a. 2025/26 sono provvisori.

 

 

La crescita corre sulle telematiche

È proprio sulle telematiche che si gioca quasi tutta la crescita recente. Distinguendo gli atenei per tipo, le telematiche crescono del 38% in cinque anni, contro il 4% degli statali e l’11% delle altre non statali. Una cautela è d’obbligo: quel 38% è probabilmente sottostimato, perché le telematiche toccano il picco nel 2024/25 e mostrano un 2025/26, probabilmente solo perché i dati degli immatricolati sono ancora provvisori.

 

Se guardiamo alla classifica degli atenei in più rapida crescita relativa, questa è popolata in larghissima parte da realtà online o private: solo due dei primi dieci sono statali, e uno solo si trova al Nord, il San Raffaele di Milano. Mettendo da parte le telematiche, tra i nomi settentrionali risalgono soltanto Aosta e l’Humanitas, mentre i primi atenei pubblici del Nord sono lo IUAV di Venezia e Brescia.

 

In valori assoluti, però, il quadro si riequilibra. Gli statali, con la loro enorme base, aggiungono più matricole di tutti: oltre 12.600, contro le circa 9.500 delle telematiche e le 2.500 delle altre non statali. E nella classifica dei singoli atenei per crescita assoluta, dopo le due telematiche di testa – Pegaso (+4.600 matricole) e Marconi (+2.300) – ci sono tre atenei pubblici: Torino (+1.991), Roma Tre (+1.876) e Napoli Parthenope (+1.642); più in basso, tra i primi dieci, tornano anche Firenze (+1.120), Brescia e Bari. In tutto, sei delle prime dieci posizioni sono statali.

 

Primi dieci atenei per crescita assoluta degli immatricolati (a.a. 2021/22-2025/26) Primi dieci atenei per crescita relativa degli immatricolati (a.a. 2021/22-2025/26)
Tipologia di ateneo Ateneo Crescita assoluta Tipologia di ateneo Ateneo Crescita % imm.
Telematica Napoli Pegaso +4.623 Telematica Torrevecchia Teatina Leonardo da Vinci +1.207%
Telematica Roma Marconi +2.314 Non statale Roma Link Campus +685%
Statale Torino +1.991 Telematica Roma Marconi +174%
Statale Roma Tre +1.876 Telematica Roma San Raffaele +171%
Statale Napoli Parthenope +1.642 Non statale Casamassima – LUM G. Degennaro +119%
Telematica Roma San Raffaele +1.476 Non statale Roma Saint Camillus +116%
Telematica Roma Mercatorum +1.422 Telematica Napoli Pegaso +82%
Statale Firenze +1.120 Statale Napoli Parthenope +69%
Statale Brescia +828 Statale Cassino +55%
Statale Bari +781 Non statale Milano San Raffaele +50%
Tabella 6. Primi dieci atenei per crescita assoluta e relativa degli immatricolati (a.a. 2021/22-2025/26).
Fonte: elaborazione L’Osservatorio Talents Venture su dati MUR.
Nota: i dati sugli immatricolati per l’a.a. 2025/26 sono provvisori.

 

 

Un Nord che si ferma, un Mezzogiorno che cresce

Tolte le telematiche, la geografia degli atenei tradizionali ribalta più di un luogo comune. Sui cinque anni il Sud è l’area che cresce di più (+8,5%), seguito dal Centro (+7,9%) e dalle Isole (+5,8%); il Nord, storica calamita degli studenti, si è invece fermato, con un magro +1,9% a ovest e +1,8% a est. Gli atenei del Sud e del Centro, insomma, trattengono e attraggono matricole come non facevano da tempo, mentre quelli settentrionali segnano il passo.

 

 

Milano arretra, Roma tiene

Lo si vede bene confrontando le due capitali universitarie (Fig. 4). Milano arretra quasi ovunque: la Statale perde il 3%, la Cattolica l’8%, la IULM il 9% e Bicocca il 14%. Il Politecnico e la Bocconi restano stabili (sono atenei a forte vocazione di numero chiuso, e semplicemente non possono crescere oltre i posti che mettono a bando). Gli unici a correre sono il San Raffaele (+50%) e Humanitas (+45%). Roma fa l’opposto: dei suoi undici atenei ne arretrano solo due, la piccola UNINT (-58%) e, dato non scontato, la Sapienza stessa (-5%); tutti gli altri crescono in modo significativo.

 

Fig.
Figura 4. Crescita percentuale degli immatricolati negli atenei di Roma e Milano (a.a. 2021/22-2025/26).

 

 

 

Orientamento PNRR: che impatto sulle immatricolazioni?

Ogni estate poco meno di mezzo milione di ragazzi si diploma, e la prima scelta che compiono non è dove o cosa studiare, ma se iscriversi all’università. La misura di questa scelta è il tasso di passaggio: la quota di diplomati che si immatricola all’anno accademico successivo (Fig. 5).

 

Fig.
Figura 5. Evoluzione del tasso di passaggio dei diplomati alle università statali (a.a. 2015/16-2024/25)

 

 

Su questo passaggio il PNRR ha scommesso in modo consistente. L’Investimento 1.6, “Orientamento attivo nella transizione scuola-università”, ha stanziato 250 milioni di euro, di cui il 40% destinato al Mezzogiorno, per percorsi di orientamento da quindici ore rivolti agli studenti degli ultimi tre anni delle superiori, con un doppio obiettivo: favorire il passaggio all’università e ridurre gli abbandoni. La domanda naturale è: ha funzionato?

 

Ancora non possiamo dirlo con certezza ma abbiamo provato a dare delle risposte parziali.

 

A prima vista parrebbe di sì. Il tasso di passaggio complessivo è salito fino al 73,3% del 2024/25, dopo essersi mosso per anni tra il 61% e il 68%. Sembra un’accelerazione netta. Ma quando si legge il dato con attenzione, l’effetto si ridimensiona parecchio, per tre ragioni.

 

La prima è di tempistica. Le prime risorse hanno raggiunto gli studenti nell’anno scolastico 2022/2023: i maturandi di quell’anno si sono immatricolati nel 2023/24, che è quindi la prima coorte realmente esposta all’orientamento. L’anno di riferimento “pulito”, l’ultimo senza alcun orientamento PNRR, è perciò il 2022/23 dove il tasso di passaggio era al 66,7%. Eppure, il tasso saliva già prima: nel 2020/21 (anno della pandemia, senza un euro speso) aveva toccato il 67,6%. La crescita, insomma, era cominciata da sola.

 

La seconda, e più importante, riguarda le telematiche. Quasi tutto l’aumento recente è trainato dagli atenei telematici. Se le togliamo dal conto, la fotografia cambia del tutto: il tasso di passaggio degli “atenei tradizionali” è rimasto sostanzialmente piatto per un decennio, oscillando attorno al 60-61%, e il suo punto più alto prima del 2024/25 non è un anno PNRR ma di nuovo il 2020/21 della pandemia (62,9%). Partendo dal benchmark del 2022/23 (60,8%), sale al 61,6% nel 2023/24 e al 64,5% nel 2024/25.

 

La terza è una quantificazione prudente. Misurando lo scarto rispetto al benchmark e applicandolo ai diplomati di ciascun anno, l’aumento cumulato nei due anni esposti vale circa 22.000 immatricolati in più sulle università tradizionali; e scende a poco più di 19.000 se si escludono anche le non statali, che del PNRR hanno beneficiato poco.

 

L’effetto non è piatto nel tempo: cresce man mano che le coorti sono più esposte. Nel primo anno trattato, il 2023/24 l’aumento è stato contenuto (poco meno di 4.000 immatricolati in più secondo le nostre stime). Nel secondo, il 2024/25, con due anni di percorsi alle spalle, il salto è diventato sostanzioso (oltre 18.000). Se la progressione proseguisse con la terza coorte, l’effetto potrebbe essere più ampio ancora. Purtroppo, però la serie si arresta al 2024/25 perché i diplomati del 2025 non sono ancora stati pubblicati da ISTAT, nostra fonte per questa elaborazione, e i dati del MUR sugli immatricolati del 2025/26 sono ancora provvisori. Un tasso di passaggio per l’ultimo anno sarebbe doppiamente fragile, e abbiamo preferito non calcolarlo.

 

C’è poi il capitolo dei costi. Le risorse stanziate sono 250 milioni, ma i dati più aggiornati (al 26 febbraio 2026) indicano che ne sono stati effettivamente pagati circa 186. Rapportando questa spesa agli immatricolati in più finora osservati, ogni nuovo iscritto è costato finora tra gli 8.440 euro se si contano tutti gli atenei tradizionali (statali e non), e i 9.583 euro, se ci si restringe alle sole università statali. E guardando al futuro, anche nello scenario più generoso (i 250 milioni spesi per intero e un effetto cumulato che sale fino a 50.000 studenti) il costo resterebbe attorno ai 5.000 euro a testa.

 

Resta una questione di onestà intellettuale. Quei 250 milioni avevano un secondo obiettivo: ridurre gli abbandoni. Un orientamento migliore non serve solo a far entrare gli studenti, ma a evitare che escano dopo pochi mesi. È un effetto che con i dati disponibili non possiamo misurare ma ci auguriamo che qualcuno lo faccia.

 

 

 

 

Le domande finali

I dati di queste pagine raccontano un sistema in movimento: un’offerta sempre più ampia, scelte che si concentrano, una geografia che cambia, una spesa pubblica importante sull’orientamento. Ma alcuni di questi numeri, più che chiudere il discorso, lo aprono. Ne lasciamo tre, senza la pretesa di rispondere.

 

Stiamo formando i laureati che serviranno, o quelli che è più facile far entrare? Crescono i camici e gli insegnanti, crollano le competenze scientifiche di base (biologia, chimica, scienze ambientali) che presidiano transizione ecologica e ricerca. Il mercato del lavoro chiederà davvero questo mix tra dieci anni? E se la risposta è no, qualcuno ha il compito di correggere la rotta?

 

La crescita del Sud è una scelta o un ripiego? Gli atenei del Mezzogiorno e del Centro crescono, quelli del Nord si sono fermati. È un riavvicinamento desiderato all’università del proprio territorio, oppure la rinuncia di chi non può più permettersi di trasferirsi al Nord, tra affitti e costo della vita? I dati registrano dove ci si iscrive, non con quanta libertà: e dalla risposta dipende se guardiamo a un riequilibrio territoriale o a una nuova disuguaglianza travestita da buona notizia.

 

I 250 milioni per l’orientamento sono stati spesi bene? Ogni immatricolato in più portato dal PNRR è costato, abbiamo visto, diverse migliaia di euro. La domanda non è se l’orientamento “funzioni” in assoluto, ma se quei 250 milioni, investiti altrimenti non avrebbero portato più matricole ancora. È il confronto sul costo-opportunità con cui ogni misura pubblica dovrebbe essere valutata.

 

 

 

“Il principale lascito del PNRR non è rappresentato solo dal numero di studenti coinvolti, ma dal cambiamento culturale che ha introdotto. L’orientamento universitario è passato dall’essere un insieme di eventi isolati a un percorso continuativo, integrato e partecipato.

 

Sono state rafforzate competenze, sviluppate reti di collaborazione tra scuole e università ed introdotte nuove metodologie. L’orientamento ha assunto una rilevanza strategica per il sistema educativo che mai aveva avuto in precedenza.

 

La sfida dei prossimi anni sarà trasformare il patrimonio che questo progetto ci ha consentito di sviluppare, un vero e proprio ecosistema nazionale dell’orientamento universitario, in un elemento strutturale e strategico del sistema educativo.”

 

Vito Introna, Delegato all’Orientamento, Tutorato e Placement di Ateneo dell’Università di Roma Tor Vergata

 

 

“Le principali best-practice emerse dal PNRR che renderemo strutturali nei prossimi anni riguardano innanzitutto la co-progettazione attiva delle università con docenti e dirigenti delle scuole, volta a superare la mera comunicazione informativa.

 

Abbiamo imparato a coinvolgere i giovani come protagonisti e non solo come fruitori, adottando linguaggi empatici focalizzati sull’orientamento esistenziale e sulla capacità di scelta per l’intera vita. Infine, manterremo salda la sinergia organizzativa e il lavoro di rete tra Atenei, per far sì che l’orientamento alla scelta universitaria diventi un diritto fondamentale degli studenti e delle studentesse.”

 

Donata Vianelli, Rettrice dell’Università di Trieste

 

 

 

 

Nota metodologica

L’analisi si basa sugli open data di USTAT, il portale statistico del Ministero dell’Università e della Ricerca, a cui va il nostro ringraziamento per il lavoro che svolge. I dati sono stati estratti a giugno 2026 attingendo alle versioni più recenti possibile ed elaborati internamente da Talents Venture.

 

In questa nota ci concentriamo sugli immatricolati, ovvero le persone che si iscrivono per la prima volta al sistema universitario italiano. Per questa ragione il perimetro include solo i corsi di laurea triennale e i corsi di laurea magistrale a ciclo unico, gli unici a cui si accede senza un titolo universitario precedente. Restano fuori le lauree magistrali biennali, a cui ci si iscrive dopo una triennale e che quindi non rappresentano un primo ingresso nel sistema.

 

I dati sugli immatricolati coprono gli ultimi cinque anni accademici, dall’a.a. 2021/2022 all’a.a. 2025/2026. I dati dell’a.a. 2025/2026 sono provvisori e non ancora consolidati: la cautela vale soprattutto per le università telematiche, che mantengono le immatricolazioni aperte per finestre più lunghe e i cui numeri sono sottovalutati da questa analisi poiché tendono quindi a salire ancora nelle estrazioni successive.

 

Il perimetro comprende tutti gli atenei italiani, statali e non statali, incluse le telematiche. Le telematiche vengono escluse solo negli approfondimenti su base geografica, dove la loro natura non territoriale renderebbe la lettura fuorviante. I dati per singolo ateneo e per area geografica si riferiscono inoltre alla sede amministrativa dell’ateneo, non a quella didattica: un corso erogato in una sede distaccata viene cioè attribuito all’ateneo di appartenenza e alla sua collocazione legale.

 

I dati sull’offerta formativa (numero di corsi, classi di laurea presidiate, regime di accesso) si riferiscono all’a.a. 2024/2025: sono stati estratti a giugno 2026 dalla versione più aggiornata resa disponibile dal Ministero a maggio 2025. Sono quindi l’ultima fotografia consolidata dell’offerta, sfasata di un anno accademico rispetto agli immatricolati più recenti. Per il regime di accesso distinguiamo tre categorie: accesso programmato a livello nazionale, accesso programmato a livello locale e accesso libero. Nei corsi di studio a numero programmato a livello locale, i singoli atenei, in totale autonomia, possono decidere di istituire un test di ammissione e, in questo modo, accogliere (per motivi interni e strutturali) solo un numero limitato di studenti per uno specifico corso di laurea.

 

Il tasso di passaggio mette in rapporto i diplomati di un anno con gli immatricolati corrispondenti, abbinando l’anno di diploma al primo anno dell’anno accademico successivo (i diplomati dell’estate 2024, ad esempio, agli immatricolati dell’a.a. 2024/2025). Il dato sui diplomati proviene dalla rilevazione ISTAT “Secondaria II grado – diplomati”. È un indicatore di transizione verso l’università, non una corrispondenza esatta di coorte: gli immatricolati di un dato anno non coincidono interamente con i diplomati dell’anno precedente, perché includono anche chi si iscrive in ritardo o proviene da percorsi diversi. La serie si arresta all’a.a. 2024/2025, perché i diplomati del 2025 non sono ancora stati pubblicati da ISTAT e i dati del MUR sugli immatricolati del 2025/2026 sono provvisori: un tasso di passaggio per l’ultimo anno risulterebbe doppiamente fragile.

 

I dati sulle risorse del PNRR effettivamente erogate per l’Investimento 1.6 (Orientamento attivo nella transizione scuola-università) provengono dagli open data del portale governativo Italia Domani (italiadomani.gov.it) e sono aggiornati al 26 febbraio 2026, ultima rilevazione disponibile.

 

Un’avvertenza specifica riguarda Medicina e le altre lauree coinvolte nel “semestre filtro” introdotto dall’a.a. 2025/2026. Gli studenti che hanno frequentato il semestre filtro sono inclusi tra gli immatricolati, ma solo se si tratta della loro prima iscrizione all’università; a ciascuno è stato attribuito il corso di destinazione finale dopo il semestre — e con esso la classe, il gruppo disciplinare e l’ateneo. Ai fini delle caratteristiche degli immatricolati, in altre parole, è come se il semestre filtro non fosse esistito. Resta comunque la cautela generale sulla provvisorietà dei dati 2025/2026.

 

 

 

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