Il mese scorso abbiamo analizzato i dati sull’internazionalizzazione del sistema universitario italiano. Questo mese guardiamo a un’altra leva su cui le università italiane possono giocare la propria partita, anche per rispondere al calo demografico: la formazione continua, e nello specifico la sua componente oggi più facilmente misurabile, ovvero i master di primo e di secondo livello.
L’analisi di questo mese restituisce un sistema in espansione: gli iscritti ai master di primo e di secondo livello sono passati da circa 40.000 nell’a.a. 2015/2016 a oltre 95.000 nell’a.a. 2024/2025, con una crescita del 142%. La quota di internazionali è più che raddoppiata, dal 5 al 12%. Eppure, dietro a numeri che raccontano una crescita, emergono dinamiche che meritano attenzione e che si portano dietro tre riflessioni.
La prima: il perimetro che misuriamo è troppo stretto.
I master di primo e di secondo livello sono oggi i principali percorsi post-laurea di cui il Ministero raccoglie e pubblica dati strutturati. Ma sono solo una parte del fenomeno della formazione continua, e per definizione si rivolgono a chi ha già una laurea. In un Paese che ha una delle quote più basse di laureati in Europa, costruire una strategia di formazione continua basata esclusivamente su strumenti che richiedono una laurea come prerequisito significa escludere a priori una larga parte della popolazione adulta. Servono prodotti formativi pensati anche per chi una laurea non necessariamente la ha (corsi singoli, microcredenziali, percorsi executive, formazione esperienziale etc.), e serve collezionare dati in maniera centralizzata per questi percorsi. Senza questa estensione di perimetro, qualsiasi politica di formazione continua resta cieca su gran parte del bacino su cui dovrebbe agire.
La seconda: quando la formazione continua si trasforma in adempimento.
Il dato più rivelatore di questa analisi è il picco di iscrizioni del 2019/2020, quando gli iscritti ai master di primo livello sono cresciuti di 32.652 unità in un anno (+79% rispetto all’anno precedente), in larga parte intercettati da due atenei (Reggio Calabria Dante Alighieri ed e-Campus). La causa? La risposta a una modifica normativa che ha introdotto i 24 CFU come requisito per le graduatorie del sostegno didattico. Stimando un costo medio di 500 euro a master (ipotesi prudente) quell’incremento ha mosso circa 16 milioni di euro. È un fatto che merita attenzione, perché racconta come funziona oggi la domanda di formazione post-laurea in Italia: si attiva quando un decreto la rende obbligatoria e si distribuisce sugli operatori più rapidi a costruire l’offerta. Funziona dal punto di vista dei bilanci degli atenei che la intercettano, ed è legittimo che la formazione continua sostenga anche la sostenibilità economica delle università. Ma se questo diventa il modello prevalente, si apre un doppio cortocircuito. Da un lato, non stiamo formando le competenze strategiche per il Paese: ad esempio, le persone che hanno conseguito un master in cybersecurity, dati, intelligenza artificiale e sostenibilità pesano meno del 3% del totale. Dall’altro, stiamo immettendo nelle scuole insegnanti che hanno seguito un master perché un decreto li ha costretti e un concorso lo valuterà, non perché abbiano cercato un percorso di crescita professionale. Le competenze che sostengono le fondamenta di un Paese (quelle che servono nelle classi delle scuole e quelle che servono nelle imprese) non si costruiscono solamente perché qualcuno rilascia un pezzo di carta.
La terza: la geografia come asset, non come limite.
Tra gli atenei meno presenti sul post-laurea ci sono molte università del Mezzogiorno. In generale, abbiamo 25 atenei con meno del 5% di diplomati ai master rispetto ai laureati. Oltre la metà di questi si trova al Sud. Una possibile chiave di lettura riguarda il mercato del lavoro locale, che essendo strutturalmente meno dinamico rende meno attrattivo un percorso post-laurea che è per natura abilitante al lavoro. Ma il post-laurea, a differenza dei corsi di laurea, non si rivolge solo al mercato del lavoro del territorio in cui ha sede l’ateneo. Ad esempio, un ipotetico master a Cagliari su una specificità sarda (ne menziono solo alcune: marittima, archeologica, agroalimentare, turistica) non parla solo a chi vive in Sardegna: può attrarre professionisti che lavorano ovunque in Italia (e nel mondo) e che cercano quella competenza specifica. O semplicemente, a parità di qualità del contenuto didattico, le persone potrebbero preferire un corso intensivo di una settimana vicino al mare invece che in un’aula buia e grigia. La posizione geografica e l’identità del territorio possono essere trasformati in leva di attrazione per costruire un prodotto nazionale (o perché no, internazionale) che fa leva su quello che solo quel territorio può offrire.
Una partita che le statali non stanno giocando.
Il caso del 2019/2020 non è isolato. Sui master di primo e di secondo livello presi insieme, il 45% degli iscritti del 2024/2025 frequenta una telematica, contro il 15% di dieci anni fa. Le sole Pegaso, e-Campus e Unitelma rappresentano oggi il 39% del mercato. È una ricomposizione che racconta come, mentre le statali hanno mantenuto un’offerta post-laurea limitata, le telematiche hanno costruito strutture capaci di rispondere rapidamente alla domanda. Se le università statali vogliono partecipare a questa partita (e ci sono ragioni strategiche e di bilancio per farlo) il tempo per costruire un’offerta credibile non è infinito.
Una partita che è molto più grande dei master.
Nei prossimi vent’anni il sistema universitario perderà circa mezzo milione di giovani da poter attrarre per via del calo demografico, ed è giusto preoccuparsene. Ma nello stesso arco di tempo ci saranno circa 17 milioni di persone tra i 30 e i 55 anni che dovranno comunque formarsi sempre più frequentemente per rimanere al passo con i tempi. Se ipotizziamo un tasso di ingaggio del 50% (in linea con il passaggio dalle superiori all’università) e una spesa media annua di 2.160 euro (la retta media pagata dagli studenti paganti tra statali e non statali), il mercato potenziale vale circa 18,3 miliardi di euro all’anno: quasi il doppio dell’attuale FFO. Il calo demografico è un problema reale per le università, ma la formazione continua per gli adulti è un’opportunità di scala almeno doppia. E al momento è una partita che in pochi stanno giocando davvero.
Quattro domande, nessuna risposta facile.
Da queste riflessioni emergono quattro domande che abbiamo posto al termine dell’analisi e che lascio aperte al dialogo con chi legge:
- Come può il sistema dei master diventare uno strumento di formazione di competenze strategiche e non solo di certificazione o reazione a stimoli normativi?
- Come possono le università costruire una vera offerta post-laurea, prima che il declino demografico si faccia sentire sui bilanci?
- Come possono gli atenei del Mezzogiorno trasformare il post-laurea in una leva di sviluppo, anche dove il mercato del lavoro locale non è florido?
- Quali strumenti formativi nuovi, oltre ai master, possono ampliare la platea della formazione continua e raggiungere anche chi non ha una laurea?
Nell’analisi di questo mese presentiamo nel dettaglio dei dati che hanno generato queste domande.
La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di maggio
Master italiani: stiamo formando o solo certificando?
Davanti a una platea di diciannovenni in contrazione, una delle leve a disposizione delle università italiane per ampliare il proprio bacino è rivolgersi a chi cerca di aggiornare o specializzare le proprie competenze. La formazione continua oggi ha molte forme: master, corsi di perfezionamento, insegnamenti singoli, microcredenziali, percorsi executive. In questa analisi ci concentriamo sui master, costruendo una lettura storica e comparata su due dimensioni: gli iscritti e i diplomati.
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