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La palestra che chiude: sempre meno porte per chi entra oggi nel lavoro

Il mese scorso abbiamo analizzato gli annunci di lavoro pubblicati da 252 grandi imprese italiane e scoperto che il 93% non diceva quanto avrebbe pagato. Questo mese siamo tornati sullo stesso campione con una domanda più scomoda: di tutti quegli annunci di lavoro, quanti sono pensati per chi esce oggi dall’università?

 

Duemila. Su quasi cinquantamila.

Dei 49.490 annunci pubblicati su LinkedIn nel 2025, solo 2.060 si rivolgono esplicitamente ai neolaureati: il 4%. Mettiamolo in prospettiva. Nel 2024 in Italia si sono laureate 415.553 persone; i triennali in larga parte proseguono gli studi, e anche togliendo dalle magistrali medicina, giurisprudenza, le professioni sanitarie e tutti i percorsi che entrano nel lavoro per vie proprie, restano comunque 140.458 magistrali “da mercato”. Significa un solo annuncio per neolaureati ogni 68 di loro. Stiamo parlando di un campione (non sappiamo quanto grande) e non dell’intero mercato. Ma la direzione non lascia spazio all’ottimismo: di posti pensati per chi inizia, ce ne sono pochissimi.

 

La qualità dei contratti non brilla.

A preoccupare, oltre al numero contenuto di annunci, è la qualità di ciò che viene offerto. Una parte significativa (il 36%) degli annunci non riporta informazioni sulla tipologia di contratto che attenderà il neolaureato. Quasi la metà delle job offer (48%) propone uno stage, mentre solo nel 7% si parla di un contratto a tempo indeterminato. Inoltre, la quasi totalità degli annunci rivolti ai neolaureati (91%) non presenta informazioni sullo stipendio.

 

All’estero la paura ha già un numero.

Guardando oltre confine troviamo che la stessa dinamica è perfino più pronunciata. Dalla pandemia, negli Stati Uniti, la disoccupazione di chi esce dall’università (5,6% a marzo 2026, secondo la Federal Reserve di New York) resta stabilmente più alta di quella dell’intera forza lavoro (4,2%), a qualsiasi età e con qualsiasi titolo di studio. È il rovesciamento di una regola storica: di solito la laurea fa da scudo, e il neolaureato trova lavoro più facilmente della media. Persino nelle recessioni peggiori (la bolla delle dot-com, la crisi finanziaria del 2008) chi era appena uscito dall’università restava più al riparo degli altri. Oggi accade il contrario.

 

Quando i neolaureati fischiano chi parla di IA.

Il clima si misura anche fuori dai numeri. Nella stagione delle lauree che si è conclusa nelle scorse settimane, negli Stati Uniti, più di un oratore è stato sommerso dai fischi appena ha nominato l’intelligenza artificiale. È successo anche all’ex CEO di Google Eric Schmidt, ripetutamente fischiato dai laureandi dell’Università dell’Arizona appena ha iniziato a parlare di intelligenza artificiale. È la reazione di chi teme che la tecnologia gli stia togliendo il primo lavoro prima ancora di trovarlo.

 

In Italia il problema è un altro, e più vecchio.

Da noi questa tempesta arriva attutita, per due ragioni opposte. La prima è che usiamo poco l’IA. Secondo Eurostat, l’Italia è tra i Paesi europei che meno ricorrono all’intelligenza artificiale generativa (seconda solo alla Romania) e anche tra le imprese restiamo sotto la media UE. Questo può rallentare l’onda. Ma non è una buona notizia: significa soltanto restare indietro.

 

Il rischio non è che l’IA ci tolga lavoro qualificato: è che non ne abbiamo mai avuto abbastanza.

La seconda ragione è strutturale. Il nostro mercato domanda da sempre poco lavoro qualificato: per allinearci alla media europea per quota di manager, professioni intellettuali e tecniche servirebbero 1,6 milioni di occupati in più in quelle posizioni (siamo al 37% contro il 44% dell’UE). Qui l’IA rischia di allargare ulteriormente la distanza con l’Europa.

 

E c’è un serbatoio che rischia di riempirsi.

Se i posti d’ingresso si assottigliano, qualcuno resta fuori. E l’Italia parte già con una sacca enorme di esclusi: i NEET, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. Secondo il report “NEET, giovani non invisibili: sfide e risposte per attivare le risorse del futuro” della Fondazione Gi Group, nel 2025 sono 1,18 milioni i 15-29enni in questa condizione, che diventano 1,87 milioni se si allarga lo sguardo fino ai 34 anni. Il fenomeno è in calo, anche “grazie” a PNRR e dalla denatalità, ma l’Italia resta tra i Paesi peggiori d’Europa, seconda solo alla Romania, e ancora lontana dall’obiettivo continentale di scendere sotto il 9% entro il 2030. Meno porte d’ingresso sul mercato del lavoro, in un Paese come il nostro, è benzina su un fuoco che brucia da anni.

 

Il primo lavoro è quello in cui ci si fa le ossa.

È sempre stato così. I ruoli entry-level sono il luogo in cui si costruiscono competenze reali: si impara facendo, ci si misura con problemi via via più grandi, si sbaglia sotto la guida di qualcuno più esperto. Sono il banco di prova in cui un laureato diventa un professionista. Ed è proprio l’ingresso a questa palestra che si sta restringendo.

 

Lo scenario da cui scappare: la palestra che chiude.

Se i posti in cui “ci si allena” diminuiscono, serve costruirne di alternativi: spazi protetti in cui formarsi su casi reali e in cui sbagliare costa poco. La domanda è di chi sia questo compito. E qui si annida l’ambiguità da evitare a ogni costo: l’azienda che pensa tocchi all’università, l’università che pensa tocchi all’azienda. È uno scarico di responsabilità antico, che è sempre esistito ma che in questa fase rischia di esasperarsi. A rimetterci, come sempre, sarebbero i più giovani.

 

Tre domande, nessuna risposta facile, che lascio aperte al dialogo con chi legge:

  1. Se l’ingresso alla “palestra del mercato del lavoro” si restringe, chi si prende la responsabilità di “allenare” chi entra oggi: l’impresa, l’università, o un terzo soggetto ancora da inventare?
  2. In un Paese che usa poco l’IA e domanda poco lavoro qualificato, il nostro ritardo è uno scudo temporaneo o un’aggravante?
  3. E se il vero vantaggio competitivo, tra qualche anno, non fosse aver sostituito le persone con l’IA, ma aver scommesso su chi voleva imparare proprio mentre tutti gli altri smettevano di assumerlo?

 

 

La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di giugno

Assumere neolaureati: cosa promettono le grandi aziende italiane ai candidati

In questa release della newsletter abbiamo analizzato gli annunci di lavoro rivolti ai neolaureati, per capire cosa promettano le grandi aziende ai giovani in ingresso nel mercato del lavoro e, soprattutto, quali elementi possano rendere una job offer realmente competitiva.

 

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