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Come far finire la carestia di lavoro qualificato?

Il 7 ottobre è la Giornata mondiale del lavoro dignitoso, e l’Italia ci arriva con un numero che sembra una buona notizia: gli occupati hanno superato i 24 milioni e crescono ormai da diversi anni. È l’occasione giusta per fare una cosa che facciamo troppo di rado, cioè leggere quel numero con criticità invece di limitarci a celebrarlo. Perché sotto quel numero c’è una carestia di cui parliamo poco: all’Italia mancano 1,8 milioni di posti di lavoro qualificati per allinearsi alla media europea. E per uscire da una carestia non basta insegnare alle persone a mangiare meglio.

 

Un numero, da solo, non dice quasi nulla

Un valore assoluto acquista significato solo quando confrontato su tre assi: nel tempo, per capire se stiamo migliorando; nello spazio, per capire dove ci collochiamo rispetto agli altri; e al suo interno, per capire come sta chi è dentro. Sul primo asse l’Italia migliora davvero. Sul secondo è ultima tra i ventisette Paesi dell’Unione per tasso di occupazione. Sul terzo, che nell’analisi abbiamo solo sfiorato, il quadro peggiora: ad esempio, il tasso occupazione femminile si ferma al 58,0%, 13 punti sotto la media europea, e categorizzazioni diverse — per età, per titolo di studio, per territorio — ne farebbero emergere altre.

 

A questi tre assi va inoltre aggiunto il contesto. La crescita occupazionale di questi anni ha poggiato anche sull’intervento pubblico del PNRR. Se avremo investito bene quelle risorse, l’occupazione che ne è derivata reggerà anche quando finiranno. Se non lo avremo fatto, scopriremo che era un rimbalzo e non una traiettoria.

 

Prendo in prestito, come ho già fatto altre volte, un’immagine di Daniele Livon (Direttore Generale dell’ANVUR), che riferendosi al sistema universitario dice che siamo in una gara di Formula 1 dove miglioriamo il nostro tempo sul giro, mentre gli altri lo migliorano più velocemente di noi. Vale per l’università e vale per il mercato del lavoro, che poi sono due gare dello stesso mondiale. Fare bene, quando gli altri fanno meglio, non basta a recuperare il terreno.

 

 

Due problemi che si parlano, tanti inattivi e pochi occupati qualificati

Il primo riguarda le persone che non lavorano, il secondo il tipo di lavoro che c’è per quelle che lavorano.

Partiamo dal primo. Nel 2025 gli inattivi italiani tra i 15 e i 64 anni sono ancora 12,37 milioni, il 33,3% della popolazione in età da lavoro: il valore più alto d’Europa. E non è un problema soltanto nostro. Gli occupati italiani sono l’11,7% di quelli europei, mentre gli inattivi italiani sono il 17,9% di tutti gli inattivi dell’Unione: quasi un europeo su cinque fuori dalla forza lavoro vive in Italia. Il nostro mercato del lavoro, in altre parole, sottrae capacità produttiva anche all’Europa. Se avessimo la stessa quota di inattivi della media UE, a parità di popolazione, le persone fuori dalla forza lavoro sarebbero 3,3 milioni in meno. La domanda che ne discende, però, è più scomoda del dato: come si creano 3,3 milioni di posti di lavoro?

 

Il secondo problema riguarda la qualità di ciò che offriamo a chi il lavoro ce l’ha. Solo il 37,0% degli occupati italiani svolge una professione qualificata (dirigenti, professioni intellettuali, professioni tecniche) contro il 44,7% della media europea, il 48,2% della Germania e il 50,5% della Francia. Tradotto in distanza, scontiamo 7,7 punti dall’Europa, 11,2 dalla Germania, 13,5 dalla Francia.

 

Nel concreto, basta guardare la domanda di lavoro reale. Nella nota di settembre 2025 avevamo mappato gli annunci pubblicati su LinkedIn il 9 settembre, e il risultato andava in direzione opposta a tutta la narrazione pubblica: 67 annunci per addetti alla macelleria e 42 per la salumeria, contro 22 per database administrator, che è una figura chiave nella gestione delle infrastrutture dati nell’epoca dell’intelligenza artificiale. E oltre 200 annunci per autisti e altrettanti per receptionist, contro poco più di 100 per data analyst.

 

Se applichiamo quei punti percentuali alla nostra base occupazionale attuale, otteniamo i numeri da cui siamo partiti: servono 1,8 milioni di posti qualificati per allinearci alla media europea, 2,6 milioni per raggiungere la Germania, 3,1 milioni per raggiungere la Francia.

 

Va detto che si tratta di una stima per difetto, e la ragione è proprio il primo problema. Il calcolo parte dagli occupati di oggi, che sono pochi. Se recuperassimo una parte degli inattivi (anche in lavori non qualificati) la base occupazionale crescerebbe, e con lei crescerebbe il numero di posti qualificati necessari a raggiungere quelle quote. I due problemi, insomma, non sono separati.

 

 

La domanda è: come si creano posti di lavoro qualificati?

A prescindere dal numero esatto, sappiamo che dobbiamo creare posti di lavoro qualificati e per farlo abbiamo due strade.

 

Le imprese dicono che non trovano nessuno. È vero, ma solo in parte. Secondo Unioncamere, nel 2025 le imprese italiane hanno programmato 938mila entrate per dirigenti, specialisti e tecnici (occupati qualificati), e ne hanno dichiarate 496mila di difficile reperimento (53%). Il fenomeno esiste ed è serio.

 

Le sue cause, però, non sono una sola, e distinguerle ci aiuta a capire il tipo di azione da intraprendere. Il primo taglio da fare è tra due lati opposti dello stesso incontro mancato: quello dell’offerta di competenze, cioè le persone disponibili sul mercato, e quello della domanda di competenze, cioè le condizioni che le imprese mettono sul tavolo. Nel primo caso il problema sta in chi cerca lavoro, nel secondo in chi lo offre. E le politiche che servono sono completamente diverse.

 

Dal lato dell’offerta di competenze si aprono due casi diversi. Il primo è che le persone formate non siano abbastanza: pensiamo alla cybersecurity, dove il numero di esperti che il sistema formativo produce è inferiore a quello che il mercato chiede. In termini tecnici è lo skills gap, ed è un problema di quantità. La risposta sta nell’ampliare i percorsi e orientare meglio le scelte formative. Il secondo caso è che quelle persone ci siano, con il titolo giusto in mano, ma con competenze non aggiornate né allineate a quelle che le imprese cercano davvero: profili che sulla carta parlano di cybersecurity, ma che nella pratica non padroneggiano gli strumenti in uso oggi. Questo è lo skills mismatch, ed è un problema di qualità e di aggiornamento: la risposta sta nella formazione continua e nell’aggiornamento dei programmi e metodologie didattiche.

 

Poi c’è il lato della domanda, di cui discutiamo molto meno. Qui ipotizziamo che i candidati esistano, che siano in numero sufficiente e che abbiano esattamente le competenze richieste, e che siano le condizioni offerte a non convincerli. Il salario, prima di tutto. Poi le condizioni accessorie (flessibilità, prospettive di crescita, benessere percepito) ed infine il matching geografico, che poi è anche una questione di salario, perché spostarsi ha un costo che qualcuno deve coprire. Potremmo chiamarlo gap di attrattività: la risposta non sta nella formazione, ma nel rivedere quanto e cosa si offre.

 

 

La strada di cui non parla nessuno: i posti di lavoro da creare

Dei posti qualificati che mancano (1,8M), secondo Excelsior circa mezzo milione corrisponde a posizioni che le imprese cercano e non riescono a coprire, per una delle tre ragioni appena viste, restano almeno 1,3 milioni di posti che semplicemente non esistono. Chiamiamolo jobs gap.

 

In questo calcolo ci sono molto semplificazioni, i due numeri hanno natura diversa (uno è uno stock di posti mancanti, l’altro un flusso annuo di contratti) e vanno letti come ordine di grandezza. Ma anche con il margine più generoso, il problema di cui non parliamo (jobs gap) pesa più del doppio di quelli di cui parliamo sempre (skills gap e skills mismatch).

 

 

Fare educazione alimentare durante una carestia

In un mercato così povero di occupazioni qualificate, formare persone senza cambiare la domanda è come fare educazione alimentare in tempo di carestia. Insegnare a mangiare bene mentre non c’è cibo è un esercizio inutile. Dobbiamo mangiare ciò che c’è. Ed il rischio è di alimentare chi dice che studiare non serva a nulla.

 

 

Non servono (solo) politiche attive del lavoro. Serve politica industriale

Se il compito vero è far finire la carestia, le politiche attive del lavoro (utili a far incontrare una domanda e un’offerta che già esistono) non bastano. Qui la domanda va creata da zero. Servono politiche di creazione di lavoro qualificato, che è un altro modo per dire politica industriale. Le strade da percorrere possono essere tre.

 

La prima sono le imprese che quei posti già li hanno. Se investono in ricerca e sviluppo servono persone per farla, e se da quella ricerca nasce innovazione servono altre persone per gestirla: è un moltiplicatore che parte dal tessuto esistente.

 

La seconda è la nascita di nuove imprese capaci di generare occupazione di qualità, e qui c’è un dato italiano impietoso che non mi stancherò mai di ripetere. Fatte 100 le imprese fondate in Italia tra il 1995 e il 2019, solo 2 sono state fondate da laureati. Il capitale umano più avanzato del Paese non fa impresa e quindi non contribuisce a generare nuova occupazione.

 

La terza è il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca universitari. Gli spin-off in Italia esistono, ma restano minuscoli: impiegano in media 3,7 persone, contro le 11,5 della media europea. La ricerca fatica a diventare impresa, e quindi di nuovo, a trasformarsi in lavoro di qualità.

 

Incentivare l’imprenditorialità non significa inseguire solo gli unicorni, servono anche i cammelli, imprese che crescono lentamente e restano. E smettiamo di confondere la dimensione con il settore. Il problema non è essere un Paese di PMI, è che gran parte delle nostre piccole imprese sta in settori a basso valore aggiunto (ristorazione, turismo, artigianato).

 

 

Non scegliere è già una scelta

Se non creiamo posti qualificati il mercato del lavoro cresce nell’unica direzione che gli resta aperta. Nei prossimi cinque anni, sempre secondo Unioncamere, la filiera con il fabbisogno di lavoratori più alto d’Italia sarà quella del commercio e del turismo, tra 574mila e 702mila persone. L’intera filiera dell’informatica e delle telecomunicazioni ne chiederà tra 65mila e 82mila, quasi nove volte di meno. Il turismo non è il problema, sia chiaro. Il problema è che diventi l’unica cosa che cresce, perché a quel punto si innesca una spirale che ci riguarda tutti come cittadini, non solo come lavoratori.

 

Un’economia che punta sul turismo a basso valore aggiunto attrae soprattutto visitatori dai Paesi più ricchi del nostro, per i quali siamo una destinazione economica. La domanda di turisti fa salire i prezzi delle nostre città (affitti prima di tutto, poi i ristoranti, i servizi, le esperienze e così via). E mentre i prezzi salgono, il nostro mercato del lavoro non produce le occupazioni qualificate che garantirebbero le retribuzioni per sostenerli. Il risultato è che ci ritroviamo esclusi dalle nostre stesse città, spinti fuori da una domanda che non è la nostra e con salari che non tengono il passo.

 

È così che si diventa un paese-vacanza. Un luogo dove il valore aggiunto lo producono altrove e dove chi ci vive non può più permetterselo. Un Paese che esporta i propri laureati e importa turisti ha un problema di ambizione. Un Paese che si abitua alla carestia smette di combatterla, impara a viverci dentro, a chiamarla vocazione, a raccontarla come una scelta.

 

 

Tre domande, nessuna risposta facile

  • Se il jobs gap pesa più del doppio di skills gap e skills mismatch, perché tutto il dibattito si concentra su quest’ultime?
  • Quanti dei posti qualificati che ci mancano possono nascere dalle imprese che già esistono, e quanti richiedono imprese che non ci sono ancora?
  • Chi, nel nostro Paese, ha il mandato esplicito di occuparsi della creazione di posti di lavoro qualificati?

Nell’analisi di questo mese trovi tutti i dati che hanno generato queste domande.

 

La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di settembre

Perché l’Italia ha più occupati che mai e resta ultima in Europa?

Il 7 ottobre è la Giornata mondiale del lavoro dignitoso. L’Italia ci arriva con un mercato del lavoro in espansione: gli occupati hanno superato quota 24 milioni e crescono ormai da diversi anni. Il confronto con l’Europa, però, racconta un’altra storia. L’espansione non ha colmato i divari di partecipazione, di qualificazione e di retribuzione che ci separano dagli altri Paesi. In questa nota mettiamo il mercato del lavoro italiano accanto a quello di UE27, Germania, Francia e Spagna, per capire quante persone lavorano, che lavoro fanno e quanto vale quel lavoro.

 

  • L’Italia ha il tasso di occupazione più basso dei 27 Paesi dell’Unione: 67,6% tra i 20 e i 64 anni, contro il 76,1% della media europea e l’81,1% della Germania.
  • Gli inattivi italiani sono il 17,9% di tutti gli inattivi europei, mentre gli occupati italiani si fermano all’11,7% del totale UE. Il nostro mercato del lavoro sottrae forza lavoro anche all’Unione.
  • Solo il 37,0% degli occupati italiani svolge una professione ad alta qualificazione, contro il 44,7% europeo. Fanno peggio di noi soltanto Romania, Grecia e Spagna.
  • La laurea porta una retribuzione oraria superiore del 49,7% rispetto al diploma, un premio più alto della media UE (43,4%). Il motivo, però, non è incoraggiante: i diplomati italiani guadagnano meno degli europei.
  • Nonostante tutto, nel 2023 gli occupati italiani hanno valutato la propria soddisfazione lavorativa 7,2 su 10, in linea con la media europea (7,4).

 

>>VAI ALLA NOTA COMPLETA

 

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