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Essere necessari in un’era di abbondanza

Il 29 ottobre, all’Aula Magna del Centro Congressi dell’Università Federico II di Napoli, abbiamo tenuto la quarta edizione di Tomorrow Education, l’evento annuale di Talents Venture. Il tema era essere necessari. L’intelligenza artificiale rende abbondanti competenze finora rare, come programmare, analizzare e tradurre, un fenomeno che abbiamo chiamato il paradosso dell’abbondanza: come in ogni inflazione, ciò che aveva grande valore ne ha all’improvviso molto meno. Essere competenti, quindi, non significa più essere automaticamente necessari. Da qui la domanda che ha guidato la giornata e questa nota: cosa ci rende necessari?

 

Le quattro voci che abbiamo ascoltato

Abbiamo ascoltato quattro voci. A 400 studenti universitari abbiamo chiesto cosa renda davvero necessari un percorso universitario e un docente, a 402 lavoratori quale qualità renda una persona difficile da sostituire nel lavoro. A 50 vertici universitari, 21 rettori e rettrici e 29 direttori e direttrici generali di 42 atenei che insieme accolgono il 48% degli iscritti, abbiamo chiesto di spiegare a uno studente perché un’università sia davvero necessaria e valga tempo e denaro. A 17 vertici aziendali, per oltre un terzo responsabili delle risorse umane, abbiamo chiesto di descrivere una persona della loro organizzazione davvero necessaria e cosa porta che nessuna macchina potrà portare al suo posto.

 

Chi studia, chi lavora e chi guida università e imprese dà la stessa risposta

Gli studenti ritengono che un docente non sarà sostituibile dall’intelligenza artificiale se li farà sentire visti come persone (30%, la motivazione più scelta). Per i vertici universitari il tema più ricorrente è la relazione umana: il valore dell’università nasce dai rapporti con i docenti e tra compagni di corso, in un ambiente in cui la conoscenza si condivide e si costruisce insieme. I lavoratori mettono al primo posto la relazione umana e la fiducia. Per i vertici aziendali fiducia ed empatia sono il secondo tema più citato (41%), dopo la capacità di leggere il contesto (65%).

Chi studia, chi lavora e chi guida università e imprese ci dice quindi, con parole diverse, che a renderci necessari è ciò che abbiamo di umano. Leggendo le risposte insieme emergono però tre tensioni, cioè tre distanze tra ciò che diciamo di valorizzare e ciò che accade davvero.

 

Tra dire e progettare: la relazione è nei discorsi, ma è anche nelle aule?

La prima tensione è tra dire e progettare, o, per chi ama la serie “Boris”, tra “lo dimo” e “lo famo”. Molti vertici universitari scrivono che l’università diventa superflua se si limita a trasferire contenuti. Possiamo dirci tutti d’accordo. Ma quanto i nostri esami a crocette incentivano la semplice memorizzazione, invece della comprensione e del pensiero critico?

Le risposte arrivate mi sono sembrate la descrizione di un punto di arrivo ideale (immaginato dall’AI generativa, usata in larga parte per scrivere le risposte) più che del servizio offerto ogni giorno agli studenti nelle aule. Due dati aiutano a capire questa tensione. Il primo è il numero di studenti per docente in Italia, tra i più alti dei Paesi OCSE. Il secondo è la soddisfazione: solo uno studente su quattro si dichiara pienamente soddisfatto della propria esperienza universitaria, e nei grandissimi atenei si scende a uno su cinque, forse perché al crescere delle dimensioni diventa più difficile garantire quella relazione.

Da qui la prima domanda che lascio: se la relazione è così importante, la stiamo progettando in modo intenzionale, oppure è un effetto collaterale?

 

Tra esserci e fare la differenza: il tocco umano non basta

La seconda tensione è tra esserci e fare la differenza. La presenza umana non è di per sé un vantaggio, e rifugiarsi nel «tocco umano» è una tentazione da evitare. Secondo un’indagine Ipsos del 2026, i giovani francesi tra 11 e 25 anni trovano più facile parlare dei propri problemi con un’intelligenza artificiale (51%) che con uno psicologo (37%). Tra i pregi citano la disponibilità illimitata, l’ascolto senza giudizio e la maggiore semplicità rispetto al parlare con una persona. Il tema è così rilevante che Anthropic gli ha dedicato uno studio specifico su come le persone chiedono consigli all’IA nelle scelte personali. Le persone si rivolgono già all’intelligenza artificiale per confidarsi, cercare conforto e chiedere consigli (uno spazio che consideravamo profondamente umano)

Questo non dimostra che una macchina sappia prendersi cura di noi meglio di un professionista. Ci dice però due cose. La prima è che essere umani non basta a farci percepire come accessibili e capaci di ascoltare. Quante volte siamo usciti da una visita medica senza il tempo, l’attenzione o le spiegazioni di cui avevamo bisogno? La seconda è che la pazienza e la disponibilità continua di una macchina ci chiedono di alzare il livello della nostra professionalità e della nostra umanità. Tempo, attenzione e ascolto sono proprio ciò che una macchina offre sempre di più, a un costo sempre minore.

La domanda allora è: cosa resta scarso, e quindi prezioso, quando tempo, attenzione e ascolto diventano abbondanti in una relazione?

 

Tra parlare e farsi capire: università e imprese non hanno una lingua comune

La terza tensione è tra parlare e farsi capire. Università e imprese usano lingue diverse, spesso distanti anche da quella degli studenti. Per l’81% degli studenti l’università deve prepararli al lavoro. Tra i temi citati dai vertici universitari, invece, la funzione economica e professionale è tra gli ultimi (20%). E nelle risposte delle imprese le parole «università» e «istruzione» non compaiono mai. Le risposte dipendono anche dalle domande, che erano diverse, ma il quadro è questo: senza una lingua comune non si riconosce nemmeno il problema.

Si finisce così per dare la colpa alle università, che non formerebbero abbastanza candidati per le imprese, ignorando però che per allinearci alla media europea ci mancano 1,8 milioni di posti di lavoro qualificati, cioè dirigenti, professioni intellettuali e tecniche.

Durante l’evento lo abbiamo mostrato con qualche dato simpatico. Abbiamo contato gli annunci di una settimana su LinkedIn per dieci professioni. Per gli addetti alle pulizie erano 90, quasi il doppio di quelli per analisti di dati (48). Per i lavapiatti erano tanti quanti per gli psicologi, 13 e 13. Gli addetti alla macelleria ricercati erano più di cinque volte gli amministratori di database, 31 contro 6. È un esempio volutamente provocatorio, ma rende concreto ciò che mostrano i dati europei. Come ripeto spesso (ne avevo parlato nell’editoriale di settembre) formare persone senza creare posti di lavoro qualificati è come fare educazione alimentare durante una carestia.

Allora la domanda è: chi, tra università, imprese e politica, si prende la responsabilità di creare posti di lavoro qualificati?

 

Le risposte: esplorare e scegliere

A Napoli abbiamo lasciato due messaggi. Il primo è l’importanza di esplorare, anche a costo di sembrare improduttivi. La nostra conoscenza nasce dall’incontro di cose che sembrano lontane: un libro letto, un viaggio, un film, una chiacchierata con un amico, una scena vista di sfuggita passeggiando sul lungomare. Quando le viviamo spesso non ci sembrano produttive, eppure è da lì che nascono le idee. In un mondo in cui le risposte costano sempre meno, ciò che ci distingue è saper collegare quello che abbiamo vissuto in ambiti diversi della nostra vita. Per questo abbiamo regalato un mazzo di carte a chi era in sala. Le carte non ottimizzano niente e non rendono nessuno più efficiente. Quando il gioco diventa un problema di ottimizzazione, una macchina fa meglio di noi. Quello che non sa fare è godersi il momento, distrarsi, trovare qualcosa che non stava cercando.

 

foto carte

 

Il secondo messaggio è l’importanza di scegliere. Quando una cosa diventa abbondante perde valore; diventa prezioso scegliere e assumersi la responsabilità di ciò che si sceglie. Una macchina può suggerire, calcolare, perfino decidere, ma non risponde (ancora) delle conseguenze. A rispondere è una persona, che ci mette la faccia. Per allenarci a scegliere abbiamo costruito le storie sul futuro dell’università e del lavoro insieme alle persone in sala.

 

Scegliere è un’abilità che si allena, e puoi farlo anche tu. Attraverso questo strumento, potrai compiere le stesse scelte che abbiamo proposto all’evento. Ogni scelta contribuiva a creare una storia. Ma le scelte di uno, non sempre sono le stesse di un altro. Ad ogni bivio, la storia cambia. E questa volta a quale finale ti condurrà?

 

 

La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di ottobre 

Cosa ci rende ancora necessari in un mondo di competenze abbondanti?

L’intelligenza artificiale rende ogni giorno più abbondanti competenze che fino a poco tempo fa erano scarse, e quindi preziose.

 

Per l’occasione della quarta edizione del nostro evento annuale Tomorrow Education, abbiamo ascoltato quattro voci, dagli studenti alle imprese, per capire cosa renda davvero necessaria una persona quando le competenze tecniche smettono di essere un vantaggio competitivo. La risposta, sorprendentemente coerente tra chi studia, chi insegna, chi lavora e chi assume, non è il titolo di studio né la preparazione tecnica, ma il giudizio, la relazione e il pensiero critico. Emergono però anche differenze nette. Il mondo universitario e quello aziendale raccontano la stessa necessità umana con toni opposti, il primo accorato a difesa del valore dell’università, il secondo analitico e pragmatico.

 

  • Per gli studenti la preparazione al lavoro resta comunque la quarta ragione più importante per scegliere l’università (81%); per i vertici universitari, invece, la funzione economica e professionale è agli ultimi posti tra i temi che rendono necessaria l’università. Sul valore del lavoro, chi sceglie l’università e chi la dirige non sembrano vederla allo stesso modo.
  • L’83% degli studenti esprime un rischio medio o alto che le proprie competenze si svalutino nei prossimi cinque anni per colpa della tecnologia.
  • Per i lavoratori, un collega diventa insostituibile per la responsabilità personale e lettura del contesto, non per competenze tecniche.

 

Nelle risposte di 17 vertici aziendali su chi è “insostituibile” in azienda, le parole università e istruzione non compaiono mai.

 

 

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