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Cosa ci rende ancora necessari in un mondo di competenze abbondanti?

L’intelligenza artificiale rende ogni giorno più abbondanti competenze che fino a poco tempo fa erano scarse, e quindi preziose.

 

Per l’occasione della quarta edizione del nostro evento annuale Tomorrow Education, abbiamo ascoltato quattro voci, dagli studenti alle imprese, per capire cosa renda davvero necessaria una persona quando le competenze tecniche smettono di essere un vantaggio competitivo. La risposta, sorprendentemente coerente tra chi studia, chi insegna, chi lavora e chi assume, non è il titolo di studio né la preparazione tecnica, ma il giudizio, la relazione e il pensiero critico.

 

Emergono però anche differenze nette. Il mondo universitario e quello aziendale raccontano la stessa necessità umana con toni opposti, il primo accorato a difesa del valore dell’università, il secondo analitico e pragmatico.

 

  • Per gli studenti la preparazione al lavoro resta comunque la quarta ragione più importante per scegliere l’università (81%); per i vertici universitari, invece, la funzione economica e professionale è agli ultimi posti tra i temi che rendono necessaria l’università. Sul valore del lavoro, chi sceglie l’università e chi la dirige non sembrano vederla allo stesso modo.
  • L’83% degli studenti esprime un rischio medio o alto che le proprie competenze si svalutino nei prossimi cinque anni per colpa della tecnologia.
  • Per i lavoratori, un collega diventa insostituibile per la responsabilità personale e lettura del contesto, non per competenze tecniche.
  • Nelle risposte di 17 vertici aziendali su chi è “insostituibile” in azienda, le parole università e istruzione non compaiono mai.

 

 

Necessari in un’era di abbondanza

Il paradosso dell’abbondanza

Partiamo da una constatazione che riguarda tutti noi. Il mondo sta cambiando, e sta cambiando molto più velocemente di quanto siamo abituati a immaginare, in quello che potremmo chiamare il paradosso dell’abbondanza. L’intelligenza artificiale e la tecnologia stanno rendendo sempre più abbondanti e accessibili competenze come programmare, analizzare, tradurre, e come accade in ogni forma di inflazione, ciò che prima aveva grande valore rischia di valerne, all’improvviso, molto meno. Quando una competenza diventa più diffusa, il suo valore relativo diminuisce. Essere competenti, quindi, non significa più essere automaticamente necessari.

Un primo segnale di questo cambiamento riguarda l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale sta trasformando proprio le attività che tradizionalmente rappresentavano il punto di partenza di molte carriere. Tra la fine del 2022 e la metà del 2026, negli Stati Uniti, i lavoratori tra 22 e 25 anni nelle professioni più esposte all’intelligenza artificiale hanno accumulato un gap occupazionale di circa il 19% rispetto ai coetanei in professioni meno esposte, secondo i dati del Digital Economy Lab dell’Università di Stanford su payroll ADP. Il dato forse più interessante è che il divario deriva soprattutto da minori assunzioni, non da più licenziamenti. Le aziende assumono meno giovani in quei ruoli, più che licenziare chi già c’è.

Ed è qui che la domanda diventa più grande. Se alcune competenze diventano sempre più accessibili, se il mercato del lavoro qualificato mostra già segnali di fragilità e se l’intelligenza artificiale accelera questo cambiamento, cosa ci rende davvero necessari?

 

Quattro voci per una sola domanda

Lo abbiamo chiesto a quattro voci diverse, che raccontano due punti di vista del mondo universitario e del lavoro. A rappresentare il primo ci sono 400 studenti universitari e 50 vertici universitari, a cui, con modalità differenti, abbiamo chiesto cosa renda l’università, i suoi docenti, e i suoi percorsi, (ancora) necessari. Dal mondo aziendale abbiamo ascoltato 402 lavoratori e 17 vertici aziendali, per capire cosa renda un collega indispensabile oltre le competenze.

 

La tecnologia rende abbondante ciò che un tempo era raro

Le quattro voci che abbiamo ascoltato raccontano, da angolazioni diverse, la stessa erosione. Per gli studenti, un docente diventa completamente sostituibile dall’intelligenza artificiale proprio sui compiti più operativi, come riassumere materiali o correggere esercizi standard. Per i lavoratori, ciò che rischia di più è l’esecuzione di compiti ripetitivi e la generazione di contenuti di base. Perfino i vertici aziendali, quando nominano le competenze tecniche, lo fanno quasi sempre per prendere le distanze dall’idea che bastino a rendere qualcuno insostituibile. La tecnologia, insomma, non minaccia un settore alla volta: rende meno raro lo stesso tipo di competenza, ovunque la si cerchi.

 

Cosa resta scarso quando tutto il resto diventa abbondante

Se si guarda a cosa resta scarso, la convergenza è ancora più netta. Gli studenti mettono il metodo di ragionamento davanti a qualsiasi altro motivo per cui un percorso universitario è davvero necessario. I vertici universitari, interrogati con una domanda aperta, rispondono parlando di relazioni umane e pensiero critico, più che di funzione economica. I lavoratori indicano relazione e responsabilità personale come ciò che li rende difficili da sostituire, più delle competenze tecniche. E i vertici aziendali, descrivendo la persona più necessaria della propria organizzazione, mettono al primo posto la sua capacità di leggere il contesto e avere giudizio nell’ambiguità. Quattro voci diverse, con strumenti diversi e in momenti diversi, arrivano alla stessa risposta, non le competenze tecniche, ma il giudizio, la relazione e il pensiero critico.

C’è però un punto in cui due di queste voci si allontanano nettamente, ed è proprio il lavoro. Per gli studenti, la preparazione alla ricerca del lavoro resta un motivo forte per scegliere l’università, con l’81% che lo indica come fattore che rende necessario un percorso universitario. Per i vertici universitari, invece, la funzione economica e professionale è agli ultimi posti tra i temi emersi. Resta da capire se sia l’università a doversi raccontare diversamente, o se sia il valore del lavoro, per chi studia, a pesare più di quanto le università stesse siano disposte ad ammettere.

 

La voce degli studenti

Il metodo di ragionamento conta più della porta sul mondo del lavoro

Abbiamo raccolto le risposte di 400 studenti universitari, per il 47% iscritti a una laurea triennale e per il 53% a una magistrale biennale o a ciclo unico. L’88% proviene da atenei statali, e il campione si distribuisce in modo quasi equo tra le quattro grandi aree disciplinari: STEM (29%), artistica, letteraria e insegnamento (25%), economica, giuridica e sociale (25%) e sanitaria e agro-veterinaria (22%). Alla domanda su cosa renda davvero necessario un percorso universitario, gli studenti mettono al primo posto ricevere un metodo solido di ragionamento (86%), seguito da occasioni concrete di progetto, laboratorio e tirocinio (84%) e dall’aiuto a crescere come persona (83%) (Fig. 1). Prepararsi a trovare lavoro arriva solo al quarto posto, con l’81%, un valore comunque alto, ma che gli studenti non considerano il motivo principale per cui l’università è necessaria. In fondo alla classifica, prepararsi a cambiare lavoro più volte nella vita (55%) e aiutare a usare bene la tecnologia e l’AI (50%) sono i fattori che pesano meno.

Questo non significa che l’università sia percepita come necessaria a prescindere. Quando abbiamo chiesto quando un percorso è solo “utile” ma non davvero “necessario”, un quarto degli studenti ha indicato il fornire contenuti acquisibili da altre fonti (25%), l’aggiungere conoscenze ma non strumenti spendibili in contesti reali (24%), e il 21% l’aiutare a superare esami senza cambiare il modo di pensare. La necessità, insomma, si gioca sul valore aggiunto reale, non sulla sola erogazione di contenuti.

 

Fig.

Figura 1. Quota di rispondenti che hanno risposto 5 o più in una scala da 1 (per niente) a 7 (completamente) su quanto i seguenti fattori rendano davvero necessario un percorso universitario

 

 

Il docente insostituibile rende comprensibile la complessità, non riassume materiali

Pensando ai docenti incontrati, gli studenti considerano la capacità di rendere comprensibili concetti e problemi complessi come l’elemento che più rende un docente necessario (88%), seguita dallo sviluppo del pensiero critico e autonomo (83%) (Fig. 2). In fondo alla lista troviamo orientare nelle scelte accademiche e professionali future (69%) e aiutare a costruire un metodo di studio (68%). Il docente resta soprattutto una guida alla comprensione dei contenuti.

Se un docente necessario venisse a mancare, il 22% degli studenti sentirebbe soprattutto la perdita del rapporto umano. Il 14% perderebbe la motivazione e interesse per la materia, il 12% farebbe più fatica a capire e apprendere, mentre solo il 7% ritiene che peggiorerebbero lezioni e spiegazioni. La relazione pesa più del contenuto erogato, e lo conferma anche un confronto diretto. E se si guarda alla sostituibilità con l’AI, gli studenti giudicano un docente per nulla sostituibile quando li fa sentire visti come persone (30%), mentre lo ritengono completamente sostituibile su compiti come riassumere materiali (29%). La frontiera tra ciò che l’AI può e non può sostituire nei docenti passa quindi dalla relazione, non dalla materia insegnata.

 

Fig.

Figura 2. Elementi che rendono un docente davvero necessario secondo gli studenti (% di risposte, scala 1-7 aggregata su «Bassa» (1-3), «Media» (4), «Alta» (5-7)).

 

 

Dove investire per farsi scegliere, nonostante tutto

Se un ateneo volesse dimostrare ai ragazzi che vale la pena averli come studenti, questi indicano come primo ambito di investimento la qualità della didattica e dei docenti (44%), seguita da esperienze applicative come laboratori e tirocini (43%) e dalla connessione concreta con il mondo del lavoro (41%). E se potessero ottenere contenuti e preparazione agli esami altrove, in modo più rapido ed economico, la ragione più forte per scegliere comunque l’università resterebbero le opportunità professionali che apre (23%), seguite dal valore del titolo (20%) e dalle esperienze non replicabili online (19%).

 

Il rischio di competenze che si svalutano, e cosa chiedono per restare rilevanti

L’83% degli studenti percepisce un rischio medio o alto che le competenze per cui sta studiando diventino meno preziose a causa della tecnologia nei prossimi cinque anni. Interpellati su cosa dovrebbe fare oggi l’università per renderli meno sostituibili domani, le risposte aperte si disperdono su molte voci: insegnargli a ragionare e fargli fare pratica (12% ciascuna), insegnargli a usare bene AI e nuove tecnologie (11%), valorizzare la persona (9%), dargli competenze che una macchina non può replicare (8%). Nessun tema raccoglie un consenso netto, segno che gli studenti non hanno in mente una soluzione univoca, ma un insieme di attenzioni che l’università dovrebbe tenere insieme.

 

La voce dei vertici universitari

Relazioni umane e pensiero critico, non la funzione economica

Abbiamo chiesto a 50 vertici universitari di immaginare la domanda di uno studente: perché un’università è davvero necessaria, e perché vale la pena investirci tempo e denaro invece che in percorsi non universitari o in un’autoformazione. Le risposte di 21 rettori e rettrici e 29 direttori e direttrici generali, provenienti da 42 diversi atenei e classificate per temi ricorrenti, convergono su due priorità nette: le relazioni umane e la comunità di apprendimento (83% dei/lle direttori/direttrici generali, 67% dei/lle rettori/rettrici) e lo sviluppo del pensiero critico (72% e 67%) (Tab. 1). La funzione economica e professionale raccoglie molto meno consenso, appena il 14% tra i/le direttori/direttrici generali e il 29% tra i/le rettori/rettrici.

È una risposta che apre però una domanda scomoda. Se il valore aggiunto dell’università è lo sviluppo del pensiero critico e la crescita personale, cosa succede quando un altro attore promette la stessa crescita, garantendo in più competenze più spendibili e una preparazione più concreta al mondo del lavoro?

 

«Un mondo senza università sarebbe soprattutto un mondo in cui il sapere resterebbe disperso, affidato alla buona volontà dei singoli, alla loro fortuna, alla loro solitudine, senza quel confronto continuo che trasforma un’intuizione individuale in patrimonio comune.»z

 

Temi emersi dalle risposte dei vertici universitari
Tema Direttori/Direttrici generali Rettori/Rettrici
Relazioni umane e comunità di apprendimento 83% 67%
Sviluppo del pensiero critico, metodo e gestione della complessità 72% 67%
Formazione della persona e autonomia 66% 38%
Produzione, trasmissione e sviluppo della conoscenza 24% 24%
Spazio di apprendimento sottratto all’utilità immediata 24% 14%
Funzione economica e professionale 14% 29%
Funzione democratica, equità e ascensore sociale 7% 24%
Tabella 1. Temi emersi dalle risposte dei vertici universitari alla domanda: «Immagini che uno studente le domandi perché un’università è davvero necessaria e perché valga la pena investire tempo e denaro per frequentare il suo ateneo, invece che realtà non universitarie o costruendosi un percorso da solo. Cosa risponderebbe?».
Nota: risposte per ruolo (Rettori/Rettrici e Direttori/Direttrici generali). Le percentuali indicano la quota di rispondenti di ogni ruolo che ha menzionato ciascun tema. Poiché ogni risposta poteva essere associata a più temi, le percentuali non sommano quindi al 100%.

 

Un tono appassionato, costruito su valori più che su numeri

Oltre ai contenuti, abbiamo analizzato il tono delle risposte. Il tono prevalente delle risposte è passionale e accorato (36% – 52% nelle risposte di Rettori e Rettrici), seguito da ispirato e ideale (26%): i rispondenti tendono a prendere posizione, quasi a battersi per la “causa università”. Coerentemente, l’approccio più diffuso è filosofico-valoriale (58%) soprattutto nelle risposte di Rettore e Rettrici (81%).

 

Competenze e lavoro restano sullo sfondo

La forte difesa dell’università lascia però scoperti due temi. Le competenze vengono date per scontate, come se fosse ovvio acquisirle all’università e come se altri percorsi formativi non potessero garantirle allo stesso modo. Il lavoro, quando compare, è menzionato come una conseguenza generica della formazione universitaria, non come effetto diretto delle competenze acquisite nei singoli percorsi accademici. Lo sintetizza bene una risposta: “Se oggi uno studente mi chiedesse perché iscriversi ancora all’università, eviterei di rispondere parlando di occupabilità, ranking o competenze.”

C’è però un dettaglio che vale la pena notare, ed è quasi paradossale. Alcune risposte presentano caratteristiche stilistiche spesso associate ai testi generati con l’intelligenza artificiale, come formulazioni molto strutturate, espressioni generiche e un linguaggio particolarmente uniforme. Non è possibile stabilire con certezza se questi testi siano stati scritti con l’aiuto dell’AI, ma il dubbio solleva una domanda interessante: se la relazione umana è una delle ragioni per cui un ateneo resta necessario, quale ruolo può avere la tecnologia anche nel modo in cui raccontiamo questo valore?

 

La voce dei lavoratori

La relazione e la responsabilità personale contano più delle competenze tecniche

Abbiamo chiesto a 402 lavoratori quale qualità renda oggi una persona più difficile da sostituire, anche in presenza di buoni strumenti digitali e AI. Le risposte si distribuiscono in modo sorprendentemente equilibrato: relazione umana e fiducia (19%), responsabilità personale nei momenti difficili (19%) e capacità di leggere il contesto (18%) guidano la classifica, seguite dalla capacità di far lavorare meglio gli altri (16%) e dal giudizio in decisioni non standard (15%) (Fig. 3). In fondo, il discernimento etico raccoglie appena il 4%.

Quando chiediamo invece quali contributi umani siano più esposti alla sostituzione tecnologica, i lavoratori indicano compiti ripetitivi e standardizzati e generazione di testi o contenuti di base, a pari merito con il 28%, seguiti dalla gestione di attività amministrative a basso margine di decisione (23%). Il confine tra ciò che la tecnologia può sostituire e ciò che resta umano passa quindi dalla natura del compito, non dal ruolo che lo svolge. Lo stesso confine emerge quando chiediamo in quale momento si capisce che un collega non è solo competente ma necessario: prendere decisioni che altri non riescono a prendere (31%), migliorare il lavoro altrui e non solo il proprio (29%) e affrontare problemi nuovi oltre a compiti già noti (26%) sono le situazioni più indicate.

 

Fig.

Figura 3. Qualità che rendono una persona difficile da sostituire, anche in presenza degli strumenti digitali e AI, secondo i lavoratori intervistati (% di risposte, scelta singola).

 

Formarsi è urgente, ma l’università non è la prima scelta

Il 77% dei lavoratori sente molto necessario continuare a formarsi per restare rilevante nel proprio lavoro. Questa necessità si fa più acuta in momenti precisi: assumersi responsabilità nuove e più complesse (79%) o affrontare un cambio di ruolo (78%) sono le situazioni in cui la formazione diventa più urgente, davanti al bisogno di imparare a usare bene tecnologie e AI (73%) (Fig. 4).

Interpellati riguardo all’ente a cui si rivolgerebbero per un percorso formativo nei prossimi dodici mesi, il 28% dei lavoratori sceglierebbe aziende che fanno formazione esterna sui propri ambiti di competenza, mentre solo il 21% si rivolgerebbe all’università, che resta comunque il secondo ente più scelto, davanti a piattaforme come Coursera. L’obiettivo principale che si aspettano da un percorso formativo è acquisire competenze nuove per svolgere attività diverse dalle attuali, indicato dal 28% dei lavoratori. E quando una formazione lascia il tempo che trova, il problema maggiore è l’assenza di impatto concreto. Il 36% indica come segnale principale di una formazione accessoria ma non davvero necessaria, il lasciare idee interessanti senza, però, cambiare il modo di lavorare, mentre il secondo segnale è l’acquisizione di competenze non applicabili nel proprio contesto professionale, indicato dal 24% dei lavoratori.

 

Fig.

Figura 4. Situazioni in cui la formazione diventa necessaria secondo i lavoratori (% di risposte, scala 1-7 aggregata su «Bassa» (1-3), «Media» (4), «Alta» (5-7)).

 

Il percorso ideale è pratico, breve e online

Se potessero disegnare il percorso formativo perfetto, i lavoratori lo immaginerebbero online (26% lo preferisce interamente a distanza, contro il 17% che lo vorrebbe interamente in presenza), con una durata contenuta tra le 25 e le 60 ore (35%) e centrato su applicazioni pratiche su problemi reali di lavoro, giudicate importanti dall’86% dei lavoratori. È un identikit lontano dal modello tradizionale dell’aula universitaria, e più vicino a un corso di aggiornamento mirato: breve, applicativo, accessibile da remoto.

 

La voce delle imprese

Flessibilità e visione, più della relazione umana

Abbiamo chiesto a 17 vertici aziendali, per la maggior parte responsabili delle risorse umane, di pensare a una persona della loro organizzazione che considerano davvero necessaria, e descrivere cosa porta che nessuna macchina potrà mai portare al suo posto.

Il tema più citato è la capacità di leggere il contesto, avere giudizio nell’ambiguità e applicare il pensiero laterale, presente nel 65% delle risposte (Tab. 2). Seguono fiducia, empatia e autenticità relazionale (41%), leadership generativa capace di far crescere gli altri (29%) e, più staccata, la scintilla personale fatta di passione e coraggio di rischiare (12%). Le capacità relazionali, pur importanti, restano quindi in seconda posizione, dietro una qualità più cognitiva che emotiva.

 

Temi emersi dalle risposte dei vertici universitari
Tema Direttori/Direttrici generali Rettori/Rettrici
Relazioni umane e comunità di apprendimento 83% 67%
Sviluppo del pensiero critico, metodo e gestione della complessità 72% 67%
Formazione della persona e autonomia 66% 38%
Produzione, trasmissione e sviluppo della conoscenza 24% 24%
Spazio di apprendimento sottratto all’utilità immediata 24% 14%
Funzione economica e professionale 14% 29%
Funzione democratica, equità e ascensore sociale 7% 24%
Tabella 2. Temi emersi dalle risposte dei vertici aziendali alla domanda aperta «Pensa a una persona della tua organizzazione che consideri davvero necessaria; cosa porta, che nessuna macchina potrà mai portare al suo posto?».
Nota: le percentuali indicano la quota di rispondenti che ha menzionato ciascun tema. Poiché ogni risposta poteva essere associata a più temi, le percentuali non sommano quindi al 100%.

 

Un tono analitico, lontano dai toni universitari

Anche qui abbiamo analizzato tono e approccio delle risposte, e il contrasto con il capitolo precedente è netto. Dove i vertici universitari usavano un registro accorato e riflessioni valoriali, i vertici aziendali rispondono con un tono riflessivo e analitico, costruito su ragionamenti strutturati e un esame quasi metodico dei fatti. Una differenza che va letta anche alla luce delle domande poste: ai vertici universitari abbiamo chiesto di riflettere sull’insostituibilità dell’università, a quelli aziendali sull’insostituibilità di una persona nel lavoro. Il confronto restituisce quindi due registri diversi, legati anche all’oggetto della riflessione.

Competenze tecniche e università: i grandi assenti

Un dato colpisce più degli altri, nonostante il campione ridotto. E non riguarda cosa i vertici aziendali hanno detto, ma cosa non hanno detto.  Nelle risposte analizzate, le parole “università”, “universitario” e “istruzione” non compaiono mai. Chi rende una persona necessaria in azienda viene descritto senza alcun riferimento al suo percorso formativo. Anche le competenze tecniche, quando citate, servono più a prendere le distanze dall’idea che bastino a rendere qualcuno insostituibile, che a spiegarne il valore. Lo racconta bene una delle risposte raccolte: “Il valore non era tanto nel condividere concetti inaccessibili, ormai facilmente reperibili o replicabili, ma nella scelta consapevole di dedicare tempo e spazio per gli altri.”

 

 

Tra il dire e il fare: tre domande aperte

Abbiamo ascoltato quattro voci diverse: studenti, lavoratori, vertici universitari e aziendali. A ciascuna abbiamo chiesto, da prospettive differenti, che cosa ci renda ancora necessari in un mondo in cui le competenze diventano sempre più abbondanti.

Le risposte analizzate nei capitoli precedenti ci portano a individuare tre tensioni, che aprono altrettante domande sul futuro dell’università, del lavoro e delle relazioni umane. La prima è tra riconoscere e progettare: il valore della relazione umana è ampiamente riconosciuto, ma quanto viene tradotto in scelte concrete nella didattica universitaria? La seconda è tra esserci e fare la differenza: essere umani non basta, se una macchina può offrire tempo, attenzione e disponibilità in misura sempre maggiore. La terza è tra parlare e comprendersi: studenti, università e imprese osservano il cambiamento da prospettive diverse, che non sempre sembrano incontrarsi. Da queste tensioni nascono tre domande:

  • Se la relazione è così importante, la stiamo progettando in modo intenzionale oppure la lasciamo al caso?
  • Cosa resta scarso, e quindi prezioso, quando tempo, attenzione e ascolto diventano sempre più accessibili grazie alla tecnologia?
  • E chi, tra università, imprese e politica, si assume la responsabilità di creare le condizioni per un lavoro qualificato?

Le approfondiamo, con dati e qualche provocazione, nell’editoriale che introduce questa nota.

 

 

Nota metodologica

L’analisi si basa su quattro indagini condotte da Talents Venture durante il 2026:

  • una survey a cui hanno risposto 400 studenti universitari, iscritti a corsi di primo e secondo livello e provenienti principalmente da atenei statali;
  • una survey a cui hanno risposto 402 lavoratori, la maggior parte con più di undici anni di anzianità lavorativa e provenienti da diversi settori;
  • una domanda a risposta aperta ai vertici universitari, a cui hanno risposto in 50 (21 rettori e rettrici e 29 direttori e direttrici generali) appartenenti a 42 atenei italiani diversi: «Immagini che uno studente le domandi perché un’università è davvero necessaria e perché valga la pena investire tempo e denaro per frequentare il suo ateneo, invece che realtà non universitarie o costruendosi un percorso da solo. Cosa risponderebbe?».
  • una domanda aperta ai vertici aziendali, a cui hanno risposto in 17, per la maggior parte impiegati nelle risorse umane: «Pensa a una persona della tua organizzazione che consideri davvero necessaria; cosa porta, che nessuna macchina potrà mai portare al suo posto?».

Dove le domande chiedevano una valutazione su scala da 1 a 7, abbiamo aggregato le risposte in tre livelli: bassa necessità o rischio percepito (1-3), media (4), alta (5-7). Lo stesso criterio vale per le domande sulla sostituibilità con l’intelligenza artificiale e sul rischio di svalutazione delle competenze.

Le risposte aperte sono state analizzate lungo tre dimensioni: i temi ricorrenti, il tono e l’approccio argomentativo, e la presenza di segnali di scrittura assistita da intelligenza artificiale. Per i temi, abbiamo letto tutte le risposte, individuato manualmente le categorie ricorrenti e affidato a un modello linguistico il compito di assegnarle a ciascuna risposta, verificando poi un campione di classificazioni a controprova; ogni risposta poteva ricevere più temi, per cui le percentuali non sommano a 100. Per tono e approccio, lo stesso modello ha prima assegnato a ogni risposta un’etichetta libera, poi raggruppato le etichette osservate in un numero ridotto di categorie finali. Per i segnali di scrittura assistita da IA, abbiamo considerato alcuni indicatori stilistici (tra cui costruzioni come “non solo… ma anche” o elenchi di tre elementi ripetuti più volte nella stessa risposta, ad esempio “creativo, lungimirante e necessario”). Le citazioni dirette riportate nel testo sono state estrapolate da risposte più ampie e rielaborate per abbreviarle, in forma che non consenta di risalire ai singoli rispondenti.

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