Prima della pausa estiva abbiamo analizzato le scelte dei diplomati dopo la maturità. Questo mese, in vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, guardiamo alla formazione delle competenze legate alla psicologia.
Alcuni numeri per partire
Gli iscritti al primo anno ai corsi del gruppo psicologico sono passati da 18.123 a 34.384 in dieci anni: +90%, contro il +39% dell’intero sistema universitario. Le telematiche spiegano da sole quasi due terzi di questo aumento, e oggi raccolgono il 36% degli iscritti contro il 13% di dieci anni fa. Nel 2024 abbiamo laureato più psicologi di qualsiasi altro Paese europeo: più di un laureato in psicologia dell’Unione Europea su cinque consegue il titolo in Italia (22%). Un primato che, come vedremo, ha un rovescio.
Il numero chiuso spiega dove vanno gli studenti
La spiegazione più immediata della crescita è nelle regole di accesso. Delle 43 lauree triennali in psicologia offerte dalle università statali, 42 hanno un test di ingresso. Nessuno dei 14 corsi telematici ne prevede uno. Perugia, l’unica statale che ha lasciato l’accesso libero, è passata da 393 a 1.604 iscritti al primo anno, otto volte la media delle statali. Le telematiche, quindi, stanno raccogliendo una domanda che le statali, per come sono costruite, non possono assorbire. Tant’è che quando una statale rimuove il test, quella domanda se la prende. Ma attenzione, perché questo tema rischia di distogliere lo sguardo da quello principale: cosa faranno tutte queste persone?
Nove anni di percorso, e il primo dopo la laurea è il peggiore d’Italia
Secondo i dati dell’ultima indagine AlmaLaurea, a un anno dalla laurea di secondo livello il gruppo psicologico è ultimo tra i quindici gruppi disciplinari per tasso di occupazione (62,3% contro l’81,6% della media), per retribuzione (1.126 euro contro 1.501) e per tempo necessario a trovare il primo impiego. E a cinque anni, quando l’occupazione sale al 93,6%, la retribuzione resta a 1.641 euro contro i 1.887 della media, e il tempo medio per trovare il primo lavoro è di 10,8 mesi contro i 6,6 degli altri. A tutto questo si aggiunge un passaggio che il dibattito pubblico non nomina quasi mai: per esercitare come psicoterapeuta la magistrale non basta, serve una scuola di specializzazione di quattro anni, in Italia in larga parte privata e, quindi, a carico delle famiglie. A cinque anni dalla laurea il 50,5% dei laureati in psicologia ne ha frequentata una (la quota più alta d’Italia dopo il gruppo medico-sanitario). Per metà di loro il percorso dura, quindi, almeno nove anni. Significa che le famiglie non devono mettere in conto solo il costo della specializzazione, ma anche anni di reddito mancato o ridotto. C’è qualcuno che lo sta dicendo chiaramente agli studenti che ogni anno scelgono psicologia?
Dove l’Europa forma informatici, noi formiamo psicologi
In Italia si laureano 3,6 psicologi per ogni informatico: è il valore più alto dell’Unione Europea e l’unico sopra il 3. Nella maggior parte dell’Unione il rapporto è rovesciato. Nella media UE-27 si contano 1,5 informatici per ogni psicologo, in Germania 1,9, e nei Paesi che hanno costruito una filiera digitale il divario è di un altro ordine (4,7 in Irlanda, 5,6 in Estonia, 10,2 in Finlandia). Non è detto che la psicologia tolga posto all’informatica, tuttavia, questi numeri, messi accanto, descrivono delle scelte, quanto meno implicite, fatte dal Paese.
Una specializzazione di Paese che nessuno ha deliberato
Un Paese può legittimamente scegliere di essere il polo europeo delle competenze psicologiche. Sarebbe una scelta difendibile, in un continente che invecchia e in una società in cui la sofferenza mentale è finalmente uscita dal tabù. Ma se è una scelta, allora dobbiamo poter rispondere alla domanda successiva: perché l’abbiamo privilegiata rispetto all’informatica, dove siamo ultimi in Europa? Chi ha fatto questa scelta e quando? E se invece non è una scelta (e personalmente temo che non lo sia) quanto altro possiamo permetterci di non decidere? E ancora, siamo disposti a lasciare che il profilo di competenze del Paese si formi da sé, un anno accademico alla volta?
Un’ultima cosa
Ogni mese l’Osservatorio pubblica due note gemelle: questa, indirizzata alle università, che analizza un tema del mondo dell’istruzione, e quella destinata al mondo delle imprese, che guarda al mercato del lavoro e alla domanda di competenze delle imprese. Questo mese le due note si incastrano più del solito. Il 7 ottobre cade la Giornata mondiale del lavoro dignitoso, e nell’editoriale della TFC ho scritto che all’Italia mancano 1,8 milioni di posti di lavoro qualificati per allinearsi alla media europea. Qui ci siamo chiesti se formiamo le competenze giuste; là se esista un lavoro che le aspetti. Formare persone senza cambiare la domanda è come fare educazione alimentare in tempo di carestia. Se questo editoriale vi ha incuriosito, potete leggere qui quello della nota dedicata al mondo del lavoro (ed iscrivervi se volete seguirla ogni mese).
La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di settembre
Siamo i terapeuti d’Europa: una scelta o un effetto collaterale?
In vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, in questa nota guardiamo alla formazione delle competenze in ambito psicologico: quanti psicologi l’Italia sta preparando, dove si iscrivono, che cosa studiano e come ci collochiamo rispetto all’Europa.
Ne esce una disciplina che in dieci anni ha quasi raddoppiato la propria domanda in ingresso, un’offerta pubblica che non è riuscita ad assorbirla e un Paese che forma più psicologi di qualsiasi altro nell’Unione Europea. Quattro dati che vale la pena anticipare.
- Tra l’a.a. 2015/2016 e l’a.a. 2024/2025 gli iscritti al primo anno ai corsi del gruppo psicologico sono passati da 123 a 34.384 (+90%), contro il +39% dell’intero sistema universitario.
- Le telematiche spiegano da sole quasi due terzi di questa crescita: raccolgono oggi il 36% degli iscritti al primo anno in psicologia contro il 13% di dieci anni fa, e le prime tre università italiane per iscritti sono tutte telematiche.
- Il motivo è anche nelle regole di accesso: delle 43 lauree triennali in psicologia offerte dalle università statali, 42 hanno un test di ingresso, mentre nessuno dei 14 corsi telematici (triennali e magistrali) ne prevede uno.
In Europa nessun Paese forma più psicologi dell’Italia: più di un laureato in psicologia su cinque dell’Unione è formato in Italia (il 22%, contro il 13% che l’Italia pesa sul totale dei laureati europei). Nello stesso anno siamo però l’ultimo Paese dell’Unione per laureati in informatica in rapporto agli abitanti.
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