Il 7 ottobre è la Giornata mondiale del lavoro dignitoso. L’Italia ci arriva con un mercato del lavoro in espansione: gli occupati hanno superato quota 24 milioni e crescono ormai da diversi anni. Il confronto con l’Europa, però, racconta un’altra storia. L’espansione non ha colmato i divari di partecipazione, di qualificazione e di retribuzione che ci separano dagli altri Paesi. In questa nota mettiamo il mercato del lavoro italiano accanto a quello di UE27, Germania, Francia e Spagna, per capire quante persone lavorano, che lavoro fanno e quanto vale quel lavoro.
- L’Italia ha il tasso di occupazione più basso dei 27 Paesi dell’Unione: 67,6% tra i 20 e i 64 anni, contro il 76,1% della media europea e l’81,1% della Germania.
- Gli inattivi italiani sono il 17,9% di tutti gli inattivi europei, mentre gli occupati italiani si fermano all’11,7% del totale UE. Il nostro mercato del lavoro sottrae forza lavoro anche all’Unione.
- Solo il 37,0% degli occupati italiani svolge una professione ad alta qualificazione, contro il 44,7% europeo. Fanno peggio di noi soltanto Romania, Grecia e Spagna.
- La laurea porta una retribuzione oraria superiore del 49,7% rispetto al diploma, un premio più alto della media UE (43,4%). Il motivo, però, non è incoraggiante: i diplomati italiani guadagnano meno degli europei.
Nonostante tutto, nel 2023 gli occupati italiani hanno valutato la propria soddisfazione lavorativa 7,2 su 10, in linea con la media europea (7,4).
Quante persone lavorano in Italia e quante restano fuori dal mercato
Gli occupati non sono mai stati così tanti: 24,2 milioni e la crescita continua
I dati recenti sull’occupazione nel Paese sono – come è noto – positivi. Nel primo trimestre del 2026 (ultimo dato trimestrale disponibile alla data di realizzazione di questa nota) l’Italia ha contato 24 milioni e 207 mila occupati, al netto degli effetti stagionali, segnando un nuovo aumento. I dati provvisori dei mesi successivi confermano una ulteriore tendenza all’aumento, e la crescita di inizio 2026 si inserisce in una traiettoria pluriennale: a fine 2019 (appena prima del Covid) gli occupati erano circa 23 milioni.
Il tasso di occupazione è, però, il più basso d’Europa
Nonostante la crescita e i record fatti registrare dal numero assoluto di occupati, nel 2025 il tasso di occupazione degli italiani tra 20 e 64 anni si è attestato al 67,6%, il valore più basso tra tutti i 27 Paesi europei. La media UE ha raggiunto il 76,1%, la Germania l’81,1%, la Francia il 75,4% e la Spagna il 72,4% (Fig. 1).
La distanza con le altre economie si esaspera nei dati sull’occupazione femminile. Nel 2025 era occupato il 77,1% degli uomini italiani (contro l’80,9% europeo), mentre per le donne il dato scendeva al 58,0%, ben 13 punti sotto l’UE e quasi 20 sotto l’occupazione femminile registrata in Germania (Fig. 1).

12,37 milioni di inattivi: un problema italiano che pesa su tutta l’Unione
Il ritardo occupazionale può essere spiegato con l’elevato numero di persone fuori dalla forza lavoro. Il dato è in significativo miglioramento, ma nel 2025 gli inattivi in Italia tra i 15 e i 64 anni erano ancora 12,37 milioni (nel 2019 erano oltre i 13 milioni).
All’interno del Paese gli inattivi rappresentano il 33,3% della popolazione in età lavorativa (il valore più alto in Europa). Nell’UE il valore è pari al 24,4%. Si pensi che se l’Italia avesse la stessa quota di inattivi dell’UE, a parità di popolazione tra 15 e 64 anni, le persone fuori dalla forza lavoro sarebbero circa 3,3 milioni in meno.
Il problema non è solo italiano. Gli occupati italiani sono l’11,7% di quelli europei, ma gli inattivi italiani sono il 17,9% di tutti gli inattivi dell’Unione. Quasi un europeo su cinque fuori dalla forza lavoro vive in Italia. Ogni ragionamento sulla capacità produttiva europea, quindi, passa da qui: senza un intervento sulla partecipazione italiana, l’Unione rinuncia a una quota di lavoro che nessun altro Paese può compensare (Fig. 2).

In quali settori e in quali professioni lavorano gli italiani
Industria ai livelli tedeschi, servizi molto meno: dove sta davvero la distanza
Finora abbiamo parlato del lavoro che non c’è. Ora guardiamo il lavoro che c’è, a partire da dove si concentra. Industria e costruzioni assorbono il 27,0% degli occupati italiani tra 15 e 64 anni: più del 24,3% europeo e più anche del 26,4% tedesco (Fig. 3). Il peso della manifattura sul totale in Italia (18,2%) è praticamente identico a quello della Germania (18,3%): la base produttiva italiana, quindi, non è più leggera di quella delle economie con cui ci confrontiamo.
La distanza si apre altrove. I servizi impiegano il 69,7% degli occupati italiani, contro il 72,7% della media europea, il 77,9% della Francia e il 72,6% della Germania (Fig. 3). Nei Paesi a forte vocazione terziaria il divario diventa molto ampio: Paesi Bassi all’84,6%, Belgio all’80,1%, Irlanda al 78,1%. L’agricoltura, dal canto suo, pesa ancora il 3,3%, poco sopra il dato europeo ma oltre tre volte quello tedesco (1,0%).

Solo Romania, Grecia e Spagna hanno meno professioni qualificate dell’Italia
Il punto non è quindi quanto lavoro industriale ci sia, ma quali professioni quel tessuto produttivo generi. E qui l’Italia arretra. I lavoratori che rientrano nelle categorie di dirigenti, professioni intellettuali e professioni tecniche (gruppi ISCO 1-3) sono il 37,0% degli occupati. L’Unione Europea è al 44,7%, la Germania al 48,2%, la Francia al 50,5%.
Allargando lo sguardo a tutti i 27 Paesi il quadro peggiora: solo Romania, Grecia e Spagna hanno una quota di professioni ad alta qualificazione più bassa della nostra. Un sistema produttivo che chiede poche competenze avanzate offre meno ragioni per entrare nel mercato del lavoro, e meno leva per far salire i salari.
Salari, titoli di studio e soddisfazione: quanto vale il lavoro in Italia
Il salario italiano in potere d’acquisto è più basso della media europea
A proposito di “lavoro dignitoso”, il confronto con gli altri Paesi non può fermarsi alla partecipazione al lavoro e alla composizione del mercato. È fondamentale confrontarne i salari.
Per farlo non possiamo limitarci a confrontare la retribuzione oraria espressa in Euro tra i diversi Paesi dell’Unione, poiché i livelli dei prezzi sono molto eterogenei tra le diverse economie (con 20 euro si acquistano quantità differenti di beni e servizi in Italia, Germania o Francia). Inoltre, alcuni Paesi dell’Unione Europea, come la Danimarca, utilizzano una valuta diversa.
Per rendere il confronto più corretto utilizziamo gli standard di potere d’acquisto (indicati con la sigla PPS). Il PPS è un’unità statistica che consente di comparare i salari tra Paesi che hanno prezzi diversi. In linea teorica, un’unità di PPS permette di acquistare un insieme uguale di beni e servizi in tutta Europa. Possiamo così capire quanto valgono concretamente le retribuzioni per chi le percepisce nei vari Paesi.
Secondo i dati più recenti dell’indagine europea sulle retribuzioni, la retribuzione mediana lorda nel 2022 in Italia è stata pari a 13,60 PPS per ora pagata (“mediana” significa che metà dei dipendenti italiani guadagnava meno di questa cifra e metà guadagnava di più). Il valore nell’Unione Europea è stato di 14,91 PPS (+9,6% di quello italiano), in Francia di 15,48 PPS (+13,8%), in Germania di 17,33 PPS (+27,4%).
I valori più elevati dell’Unione sono quelli di Danimarca, con 22,39 PPS per ora, Belgio (21,30) e Lussemburgo (18,37). Anche in questi termini, quindi, l’Italia si posiziona lontano dai vertici della classifica europea.
Il premio della laurea è più alto che nell’UE, ma perché i diplomati guadagnano poco
Lo stesso esercizio si può fare confrontando i salari di diplomati e laureati. In Italia la retribuzione mediana di chi ha un diploma è 13,00 PPS l’ora; per chi ha un titolo terziario sale a 19,46 PPS (Fig. 4). La laurea porta quindi una retribuzione oraria superiore del 49,7%, un premio più alto di quello europeo, fermo al 43,4%. Un dato che sembra incoraggiante.
Il premio, però, è un rapporto, e un rapporto può crescere per due motivi opposti: perché sale il numeratore o perché scende il denominatore. In Italia vale il secondo. I laureati italiani guadagnano il 3,1% meno dei laureati europei, i diplomati italiani il 7,2% meno dei diplomati europei. Il nostro premio supera quello dell’UE non perché la laurea sia pagata bene, ma perché il diploma è pagato male. La Spagna lo conferma dal lato opposto: ha un premio ancora più alto del nostro (56,1%) e le retribuzioni più basse tra i Paesi che stiamo confrontando (Fig. 4).
Nessuno di questi confronti misura l’effetto della laurea sul singolo stipendio: sono fotografie di distribuzioni salariali diverse tra loro. Lette così, però, dicono qualcosa di netto. Un laureato italiano guadagna il 25,5% in meno di un laureato tedesco. E appena il 19% in più di un diplomato tedesco.

Gli italiani sono soddisfatti del lavoro quanto gli europei, ma non è detto che sia una buona notizia
Nel 2023 gli occupati italiani tra 16 e 64 anni hanno valutato la propria soddisfazione lavorativa 7,2 su una scala da 0 a 10: due decimi sotto la media UE (7,4) e uno sotto la Spagna (7,3), lo stesso livello della Germania, un decimo sopra la Francia (7,1).
Il dato è meno rassicurante di quanto sembri. Chi lavora in Italia partecipa a un mercato del lavoro in ritardo su tutti gli indicatori che abbiamo esaminato (partecipazione, qualificazione, retribuzione), eppure si dichiara soddisfatto quanto un lavoratore tedesco, che a parità di potere d’acquisto guadagna il 27,4% in più. Una possibile spiegazione è che la soddisfazione misuri la distanza tra quello che si ha e quello che ci si aspetta, e che in Italia le aspettative si siano adattate al ribasso. Considerato tutto il resto, è una consolazione piuttosto magra.
Su come leggere questi dati alla vigilia della Giornata mondiale del lavoro dignitoso ci siamo soffermati nell’editoriale di apertura.
Nota metodologica
Perimetro dell’analisi
La nota confronta il mercato del lavoro italiano con l’aggregato dell’Unione Europea a 27 Paesi e con Germania, Francia e Spagna. Quando utile per evidenziare valori particolarmente elevati o contenuti, il confronto è stato esteso ad altri Stati membri.
Il dato dell’Unione Europea corrisponde all’aggregato Eurostat “EU27_2020”, costruito considerando l’attuale composizione dell’Unione. Non rappresenta la media aritmetica dei valori dei 27 Paesi: ogni Stato contribuisce all’aggregato in funzione del proprio peso nella popolazione statistica considerata.
Le fonti utilizzate sono esclusivamente ISTAT ed Eurostat. I dati e le elaborazioni sono aggiornati al 14 agosto 2026. L’anno di riferimento cambia in base alla disponibilità delle singole fonti: 2026 per i dati congiunturali italiani, 2025 per la maggior parte dei confronti europei sull’occupazione, 2023 per la soddisfazione lavorativa e 2022 per le retribuzioni.
Occupazione italiana
I dati sul numero degli occupati e sul tasso di occupazione nel primo trimestre del 2026 provengono dal comunicato Istat Il mercato del lavoro – I trimestre 2026. Le informazioni relative ai mesi successivi provengono dai dati mensili provvisori Istat, in particolare dal comunicato Occupati e disoccupati – giugno 2026.
Il numero degli occupati è riferito alla popolazione residente rilevata dall’Istat. I valori utilizzati sono destagionalizzati, in modo da attenuare le variazioni dovute alla normale stagionalità del mercato del lavoro. Il confronto con il 2019 utilizza le serie storiche ufficiali Istat e assume come riferimento la situazione precedente alla pandemia.
I dati mensili del 2026 sono provvisori e vengono impiegati esclusivamente per verificare la prosecuzione della tendenza. I confronti strutturali con gli altri Paesi sono invece costruiti sui dati annuali Eurostat.
Tassi di occupazione e inattività
I confronti europei sul tasso di occupazione utilizzano la European Union Labour Force Survey, l’indagine armonizzata europea sulle forze di lavoro. I dati provengono dalla tavola Eurostat Employment and labour force by sex and age – annual data, lfsi_emp_a e si riferiscono al 2025 e alla popolazione tra 20 e 64 anni.
Il tasso di occupazione è dato dal rapporto tra gli occupati e la popolazione della stessa fascia d’età. Il divario di genere è calcolato sottraendo il tasso di occupazione femminile da quello maschile. Il tasso 20-64 anni impiegato nel confronto europeo ha quindi un perimetro diverso dal tasso 15-64 anni solitamente utilizzato da ISTAT per descrivere la congiuntura italiana: i due valori rispondono a finalità differenti e non devono essere confrontati direttamente.
Per gli inattivi sono state utilizzate le tavole Eurostat Population in private households by citizenship and labour status, lfsa_pganws, per i valori assoluti, e Persons outside the labour force – percentage of total population in private households, lfsa_ipga, per le quote. I dati si riferiscono al 2025, alla popolazione tra 15 e 64 anni e alle persone residenti in famiglie private.
Secondo la definizione armonizzata europea, sono fuori dalla forza lavoro le persone che non risultano né occupate né disoccupate. Tra queste rientrano quindi coloro che non hanno un impiego e non soddisfano contemporaneamente i requisiti di ricerca attiva e disponibilità a lavorare previsti per essere classificati come disoccupati.
Il calcolo secondo cui, applicando all’Italia la quota europea di inattivi, le persone fuori dalla forza lavoro sarebbero circa 3,3 milioni in meno è un’elaborazione Talents Venture. La quota UE è stata applicata alla popolazione italiana tra 15 e 64 anni, mantenendo invariata la sua dimensione. Si tratta di un confronto contabile e non di una stima del numero di occupati aggiuntivi: una riduzione degli inattivi potrebbe infatti tradursi sia in maggiore occupazione sia in maggiore disoccupazione.
Anche le quote dell’Italia sul totale degli occupati e degli inattivi europei sono elaborazioni Talents Venture, ottenute dividendo i valori italiani per i corrispondenti aggregati EU27.
Settori economici e professioni qualificate
La distribuzione degli occupati per settore è ricavata dalla tavola Eurostat Employed persons by economic activity, lfsa_egan2. I dati si riferiscono al 2025, agli occupati tra 15 e 64 anni e alla classificazione delle attività economiche NACE Rev. 2.
Le attività sono state aggregate in tre gruppi:
- agricoltura, silvicoltura e pesca: sezione NACE A;
- industria e costruzioni: sezioni NACE da B a F;
- servizi: sezioni NACE da G a U.
Le quote sono state calcolate rapportando il numero di occupati di ciascun gruppo al totale degli occupati della stessa fascia d’età.
La quota di professioni qualificate è ricavata dalla tavola Eurostat Employed persons by professional status and occupation, lfsa_egais. Sono considerate qualificate le professioni appartenenti ai primi tre grandi gruppi della classificazione ISCO-08: dirigenti; professioni intellettuali e scientifiche; professioni tecniche e associate.
La quota è ottenuta sommando gli occupati dei gruppi ISCO 1, 2 e 3 e dividendo il risultato per il totale degli occupati tra 15 e 64 anni. L’espressione “professioni ad alta qualificazione” è utilizzata come sintesi descrittiva della classificazione professionale e non costituisce una misurazione diretta delle competenze possedute dai singoli lavoratori o della qualità complessiva del loro impiego.
Retribuzioni e titoli di studio
I dati sulle retribuzioni provengono dalla Structure of Earnings Survey 2022 di Eurostat, un’indagine armonizzata realizzata ogni quattro anni. Il 2022 è l’ultimo anno di riferimento disponibile. Sono state utilizzate le tavole Median hourly earnings by sex, earn_ses_pub2s, Median hourly earnings by educational attainment, earn_ses_pub2i.
L’indagine considera i dipendenti, esclusi gli apprendisti, delle imprese con almeno dieci addetti operanti nei settori NACE da B a S, con esclusione della pubblica amministrazione e difesa obbligatoria, corrispondente alla sezione O. I risultati non rappresentano quindi l’intero universo dei lavoratori italiani, poiché non comprendono i lavoratori autonomi, le imprese con meno di dieci addetti e alcuni settori economici.
La retribuzione oraria lorda è calcolata dividendo la retribuzione lorda del mese di riferimento per il numero di ore pagate nello stesso periodo. Le ore pagate comprendono le ore ordinarie e straordinarie retribuite e le ore non lavorate ma comunque pagate, come ferie, festività e alcune assenze retribuite. “Mediana” indica il valore che divide la distribuzione in due parti: metà dei dipendenti guadagna meno e metà guadagna di più.
Per rendere confrontabili Paesi con livelli dei prezzi e valute differenti, le retribuzioni sono espresse in standard di potere d’acquisto, o PPS. Il PPS è un’unità statistica comune: in linea teorica, un PPS consente di acquistare la stessa quantità di beni e servizi in ogni Paese. L’utilizzo del PPS attenua quindi l’effetto delle differenze nel costo della vita. Gli importi non corrispondono alle somme effettivamente ricevute dai lavoratori in busta paga.
Il confronto tra diplomati e laureati utilizza la classificazione ISCED 2011. Per “diplomati” si intendono, per semplicità espositiva, i dipendenti con un titolo secondario superiore o post-secondario non terziario, corrispondente ai livelli ISCED 3 e 4. La categoria indicata nel testo come “laureati” comprende più precisamente tutti i titoli terziari dei livelli ISCED da 5 a 8.
Il vantaggio retributivo associato al titolo terziario è calcolato con la formula:
(retribuzione mediana dei dipendenti con titolo terziario / retribuzione mediana dei dipendenti con diploma − 1) × 100.
La percentuale descrive un’associazione tra titolo di studio e retribuzione. Non misura l’effetto causale della laurea sul salario e non tiene sotto controllo altre caratteristiche dei lavoratori o dei posti di lavoro.
Soddisfazione lavorativa
Il dato sulla soddisfazione lavorativa proviene dall’indagine europea sul reddito e le condizioni di vita EU-SILC e dalla tavola Eurostat Satisfaction with the job by sex, age and educational attainment, ilc_pw15. Non proviene dalla Labour Force Survey.
L’indicatore si riferisce al 2023, alle persone tra 16 e 64 anni, a entrambi i sessi e a tutti i livelli di istruzione. Rappresenta la valutazione media della soddisfazione per il proprio lavoro su una scala da 0 a 10. Essendo basato sulle risposte degli intervistati, è un indicatore soggettivo e può risentire delle aspettative individuali, del contesto culturale e delle modalità nazionali di rilevazione. Deve quindi essere letto insieme agli indicatori oggettivi su partecipazione, professioni e retribuzioni.
Elaborazioni, arrotondamenti e lettura dei risultati
Salvo diversa indicazione, le percentuali, le differenze, le aggregazioni settoriali e i confronti controfattuali sono elaborazioni Talents Venture su dati ISTAT ed Eurostat. Le differenze tra tassi sono espresse in punti percentuali; le variazioni relative sono calcolate rapportando la differenza al valore assunto come base del confronto.
I risultati sono stati calcolati utilizzando i valori disponibili nelle fonti e successivamente arrotondati: a una cifra decimale per tassi, quote e valutazioni; a due cifre decimali per le retribuzioni in PPS; alle migliaia o ai milioni per i valori assoluti. Eventuali minime discrepanze nei calcoli possono dipendere dagli arrotondamenti.
Le posizioni occupate dai Paesi nelle graduatorie considerano i 27 Stati membri dell’Unione Europea per i quali il dato risulta disponibile.