Il mese scorso abbiamo analizzato l’offerta e la domanda di competenze legate alla sostenibilità. Questo mese ci occupiamo di internazionalizzazione: chi sono gli studenti internazionali che scelgono l’Italia, dove si iscrivono e come è cambiato il quadro nell’ultimo decennio.
L’analisi di questo mese restituisce un sistema universitario in cui l’internazionalizzazione è in crescita: la quota di immatricolati internazionali è più che raddoppiata nell’ultimo decennio, passando dal 2,5% dell’a.a. 2015/16 al 5,5% dell’a.a. 2024/25. Un progresso significativo, che però va messo in prospettiva e che si porta dietro tre riflessioni.
La prima: l’Italia cresce, ma resta indietro rispetto all’Europa.
Nel confronto europeo il Paese si colloca al di sotto della media UE27: nel 2023 gli studenti internazionali rappresentavano il 4,8% del totale in Italia, contro l’8,9% della media europea, il 12,7% della Germania e il 9,7% della Francia. Solo la Spagna (4,3%) presenta un valore inferiore tra i principali Paesi. Una precisazione metodologica è necessaria: i dati europei differiscono in parte da quelli utilizzati nel resto di questa analisi, perché si riferiscono al totale delle persone iscritte (non alle sole immatricolate), comprendono l’intero ciclo di istruzione terziaria (inclusi i dottorati e master) e potrebbero adottare definizioni non perfettamente coincidenti con quella utilizzata nella nostra analisi. Il confronto va letto come ordine di grandezza, non come comparazione puntuale.
Al divario nella capacità di attrazione si aggiunge un dato strutturale: l’Italia esporta più studenti di quanti ne attragga. Per ogni studente internazionale che arriva in Italia dalla Germania, sette studenti italiani si spostano verso atenei tedeschi. Il rapporto è di uno a quattro con la Francia e di uno a tre con la Spagna. Il sistema universitario italiano non riesce ancora a trattenere i propri studenti né ad attrarre dall’estero in misura sufficiente a compensare le uscite. Il confronto tra entrate e uscite di studenti è impietoso: l’Italia perde più studenti di quanti ne attragga in 19 Paesi europei su 24 con dati disponibili.
Un fattore che contribuisce a spiegare questo divario è la composizione dei flussi in entrata. Come emerso dalla terza sezione di questa analisi, l’Italia attrae prevalentemente da Paesi a reddito più basso. È un dato positivo, perché il sistema universitario italiano funge da ascensore sociale per studenti che nei loro contesti avrebbero minori opportunità formative. Tuttavia, il Paese fatica ad attrarre studenti da Paesi a reddito più alto, a differenza, ad esempio, della Germania, la cui quota di studenti internazionali è quasi tripla rispetto a quella italiana.
La seconda: l’internazionalizzazione non è una partita per tutti.
I dati lo dicono con chiarezza: gli atenei che compaiono ai vertici delle classifiche sono in larga parte sempre gli stessi. Esistono certamente casi positivi come Messina e Cassino, che dieci anni fa nessuno avrebbe indicato tra gli atenei più internazionali d’Italia e che oggi si affermano con risultati significativi. Ma per la maggioranza degli atenei, soprattutto nel Mezzogiorno, la quota di immatricolati internazionali resta marginale nelle triennali e nel ciclo unico. Il 90% degli atenei del Mezzogiorno ha una quota di immatricolati internazionali inferiore al 5%, contro il 53% degli atenei del Nord e il 37% del Centro. L’internazionalizzazione non può essere la soluzione universale al calo demografico: per molti atenei le partite da giocare sono altre, dall’apprendimento permanente all’aumento dei tassi di passaggio dalla scuola secondaria all’università. Non esiste una ricetta unica che valga per tutti.
La terza: dai numeri alla qualità, le domande che restano aperte.
Questa analisi si è concentrata sulla dimensione quantitativa dell’internazionalizzazione (e tra l’altro solo sugli immatricolati che sappiamo essere una parte contenuta degli studenti internazionali nel sistema universitario italiano). Ma i dati sugli ingressi non esauriscono il tema. Restano aperte domande essenziali: gli studenti internazionali che si immatricolano arrivano effettivamente alla laurea, o si perdono nel percorso? Quali strumenti mettono in campo gli atenei per accompagnarli e prevenire la dispersione? E dopo la laurea, cosa accade? Cosa succede gli iscritti nelle lauree magistrali per cui oggi i dati disponibili pubblicamente sono ben pochi? Il rischio è che l’ingresso in Italia sia in alcuni casi strumentale all’ottenimento di un permesso di soggiorno, più che a un progetto formativo e professionale nel Paese. A questo si aggiunge un tema di risorse: le interlocuzioni con gli atenei suggeriscono che la quota di studenti internazionali che beneficia di borse di studio ed esoneri sia proporzionalmente più alta rispetto alla componente nazionale, data la provenienza da contesti economicamente più svantaggiati. Si tratta di un investimento legittimo e necessario, ma che richiede una riflessione: se le persone formate in Italia con risorse pubbliche non trovano le condizioni per entrare nel mercato del lavoro italiano (per barriere linguistiche, burocratiche o per la mancata preparazione del tessuto imprenditoriale ad accoglierle) il rischio è di disperdere capitale umano e investimenti in istruzione a beneficio di altri Paesi. Accompagnare gli studenti internazionali significa agire su due fronti: facilitare il percorso verso la laurea e, al tempo stesso, creare le condizioni per il loro ingresso nel mondo del lavoro italiano, dalla semplificazione dei visti alla preparazione delle imprese.
Una nota finale sulle telematiche.
Tra le università telematiche il 73% si colloca sotto la soglia del 5% di immatricolati internazionali. Il dato è migliore di quello degli atenei del Mezzogiorno e ci sono dei casi puntuali interessanti da analizzare. Ad esempio, Uninettuno compare tra i primi cinque atenei medi per quota di studenti internazionali, con il 10%. Il caso della Grecia è ancora più singolare: è l’unico Paese in cui le prime due destinazioni scelte dagli immatricolati sono università telematiche (Roma Marconi al primo posto con il 34%, Novedrate e-Campus al secondo con il 21%). Sono dati che meritano attenzione e che dovrebbe essere approfonditi maggiormente per comprenderne le cause.
La Nota dell’Osservatorio Talents Venture di aprile
Come è cambiata (e dove si concentra) l’internazionalizzazione nell’università in Italia?
L’internazionalizzazione è oggi uno dei temi centrali per il sistema universitario italiano. Attrarre studenti internazionali è una delle strade – insieme all’apprendimento continuo e all’aumento dei tassi di passaggio dalla scuola secondaria all’università – per affrontare il declino demografico che il Paese registrerà con maggiore intensità nei prossimi anni.
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